10.02.2019 – 21.15 – “Ora non è più concesso alla storia di smarrire l’altra parte della memoria. Vi dico che rimuovere il ricordo di un crimine vuol dire commetterlo di nuovo”. Così Roberto Dipiazza, Sindaco di Trieste, questa mattina, 10 febbraio, alla Foiba di Basovizza. Nel Giorno del Ricordo.
Iniziò nel 1943. È un fatto conosciuto: la maggior parte delle vittime, italiane e straniere, scomparse sul territorio del confine orientale fra il Friuli, Trieste e l’Istria durante e subito dopo la guerra, non morirono gettate in una foiba, ma nei campi di concentramento jugoslavi, in prigione, sulla strada della deportazione, uccise a casa loro. O, semplicemente, scomparvero. La foiba, la profonda cavità ben nota a chi vive sul Carso, ha acquistato come parola il valore di simbolo della paura e della tragedia – per chi è sopravvissuto – di aver perso tutto. La Foiba di Basovizza è diventata il simbolo del ricordo.

“Conto di portare a casa la vostra forza. La forza di chi ha combattuto per anni contro il silenzio, contro l’ignoranza, contro l’ipocrisia. Farò tutto quello che è nelle mie possibilità di Vicepresidente del Consiglio perché su tutti i banchi, di tutte le scuole, la storia non si fermi e non ci siano morti e stragi dimenticate”. Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, inizia il suo discorso a Basovizza proprio ricordando l’oblio. Il terrore provocato dalle uccisioni, dalle foibe, dalle violenze, dalle bombe e dalle sparizioni fu il fattore finale che spinse la maggioranza degli italiani che vivevano in Istria, a Fiume, a Pola, a scappare verso Trieste, allora territorio libero sotto l’amministrazione alleata. Lontano da Tito e dalla sua politica etnica. Il numero delle vittime è tuttora ignoto: siano state esse cinque, dieci, o quindicimila, non ha importanza: se fino a metà del 1945 si sarebbe ancora potuto, orribilmente, parlare di ‘situazione di caos’ e ‘guerra’ e di ‘forse qualche motivo c’era’ – per quanto nella ‘lotta popolare di liberazione’ di Tito si fosse persa qualsiasi distinzione fra guerra contro i tedeschi e guerra interna contro gli oppositori politici, fossero essi jugoslavi o italiani – dopo il maggio del 1945 fu assassinio e persecuzione da parte di un governo, quello jugoslavo guidato da Tito stesso, esclusivamente nei confronti di civili e sconfitti.
Una successione di autori ha provato a identificare l’azione di Tito come un ‘comunismo contro fascismo’; ma, come hanno ricordato oggi a Basovizza sia Roberto Dipiazza, che Matteo Salvini, che il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani intervenuti assieme a molte altre autorità e rappresentanti di partito nazionali e locali (fra le quali Walter Rizzetto, Giorgia Meloni, Claudio Giacomelli, Ettore Rosato, Debora Serracchiani), non fu questo, non fu comunismo contro fascismo. Non c’è niente che possa far comprendere il perché di quelle morti né quello del riduzionismo o del negazionismo se non la politica etnica di Tito che era all’epoca, ed è oggi, molto chiara. Il silenzio sulle foibe durò per troppi anni, e fu forse il prezzo pagato di fronte alla necessità della rinegoziazione post-bellica della struttura di un’Italia che nella Seconda Guerra Mondiale aveva anch’essa perso tutto, come gli italiani scacciati dall’Istria. Un paese che era interamente da ricostruire, e sull’orlo di una guerra civile proprio fra il governo nazionale appena ricostituitosi e le formazioni comuniste ancora armate e molto forti non solo attorno a Trieste ma nell’intero nord e centro del paese. Il governo italiano, tatticamente, ‘scambiò’ i morti delle foibe con una situazione di pace sociale e di amicizia, per quanto blindata, al confine di Trieste, con il vicino paese guidato da Tito? Esistono molti testi e approfondimenti storici che possono permettere a ciascuno di trarre conclusioni. Ieri, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni”.
Le foibe sono state, nell’arco di tutto il dopoguerra e fino a pochi anni fa, un argomento di cui non si voleva parlare con chiarezza e sicuramente non lo si fece fino a dopo il crollo della Jugoslavia e in particolare fino a quando il governo di Silvio Berlusconi non riaprì la questione, con il supporto della larga maggioranza delle forze allora presenti in Parlamento: fu istituito il Giorno del Ricordo, 10 febbraio, celebrato per la prima volta e in modo particolarmente sentito proprio a Trieste nel 2005. Nelle parole di Carlo Azeglio Ciampi: era giunto il momento di sostituire il risentimento amaro con la commemorazione, di guardare avanti senza dimenticare; Walter Veltroni, visitando successivamente la Foiba di Basovizza, aveva ammesso le responsabilità della sinistra di allora nella tragedia e condiviso l’emozione della commemorazione.
“Faccio affidamento su uomini e donne, su educatori liberi, che portino in classe il passato perché il futuro non riproponga mai orrori simili. Le gocce di pioggia che scendono uniscono: i bimbi morti ad Auschwitz e i bimbi morti a Basovizza”. Così, ancora, Matteo Salvini, e poco dopo ancora esortazione a ricordare e a commemorare da parte di Antonio Tajani: “Per lunghi anni per chi ha cercato di squarciare il velo dell’oblio, per chi si batteva perché la Zona B fosse ancora una volta Italia, per chi credeva che il Trattato di Osimo dovesse essere scritto in maniera diversa, sono stati anni difficili. Perché tutti, o quasi, volevano far finta che nulla fosse accaduto in questa parte del nostro paese”.
Oggi una larga parte della sinistra italiana riconosce senza più nulla nascondere ciò che accadde in quegli anni, e partecipa al lavoro di documentazione storica e di ricerca della verità, assieme alla larga parte di destra che si è allontanata con decisione dal fascismo. Una ridotta minoranza accompagna invece le celebrazioni con violenza verbale, divise nere, teste rasate – con dall’altra parte bandiere jugoslave con la Stella Rossa, e grida: “Vogliamo una via intitolata a Tito”. Le note di entrambi questi due cori vanno a fondersi in una cacofonia che non vogliamo ascoltare. Ciò che possiamo dire per certo è che le foibe sono e rimarranno una testimonianza eterna dell’inumana ferocia di quegli anni del secolo scorso; un simbolo da non dimenticare mai, che non può diventare una ragione o un’emblema per odiare di nuovo.