Trieste ai tempi del colera (1855)

12.01.2019 – 09.14 – Scrivere di contagi significa non solo raccontare le storie dei malati e delle lotte negli ospedali, quanto piuttosto della paura connessa all’epidemia e in special modo delle conseguenze sociali e antropologiche legate alla diffusione di una malattia mortale in uno stato, una regione o una città.
Un’epidemia determina un cambiamento nella società dove imperversa, un mutamento sociale volto a un feroce darwinismo: nobiltà e borghesia fuggono in campagna, i ceti abbienti evitano i luoghi affollati e si barricano in casa e infine a patirne il prezzo sono i più poveri e i derelitti. In questi contesti, nei secoli passati, era la capacità di agire e contrastare il morbo, ma altrettanto, dalle autorità, il saper controllare l’ordine pubblico, fondamentali attitudini.
La guerra contro l’epidemia si svolge su due fronti: la diffusione del morbo e contemporaneamente la paura che suscita. Quando il governo si mantiene razionale ed efficiente, come nel caso della Trieste di Maria Teresa d’Austria con i lazzaretti, i danni risultano limitati; quando invece si cede all’isteria e al caos, avvengono i pogrom e la “caccia all’untore” tristemente famosi.
Tutt’ora i comunicati della Sanità stanno bene attenti a puntualizzare come si tratti sempre di un “focolaio”, come con i casi di morbillo dello scorso autunno; mentre al contrario, quando la malattia risulta potenzialmente mortale, come nel caso delle febbri malariche dell’estate 2018, molte testate giornalistiche agitano il fantasma di una potenziale epidemia.
La parola “epidemia” riporta alla mente le pestilenze medievali e dell’età moderna; tuttavia occorre ricordare come una delle ultime, grandi, epidemie a Trieste si ebbe nel 1855, poco più di un secolo fa.
Si confronti ad esempio i dati relativi all’influenza odierna, tra i più bassi di sempre, e al contempo i morti e la paura dell’ultima, grande pestilenza della Trieste di un tempo. Il paragone dimostra sino a quale punto la medicina sia progredita e quali passi da gigante siano stati compiuti; nel contempo, i comportamenti del popolo rimangono ancora “umani, troppo umani”.

La città di Trieste era già stata colpita nell’Ottocento dal colera, nella forma di un’epidemia del 1836 e del 1849, ambedue devastanti per la cittadinanza. Il novembre del 1849 presentò infatti il conto di un annus horribilis: seimila contagiati per l’epidemia.

Quando nel maggio 1855 si verificarono le prime avvisaglie del ritorno del colera, il Podestà Muzio Tommasini – oggi ricordato con l’omonimo Giardino Pubblico – si affrettò a tappezzare la città di manifesti che avvertivano dei pericoli del morbo e convocò immediatamente una “commissione locale di sanità”. I manifesti erano… bene, stando ai giornali, non così diversi dai manifesti del 1849 e altrettanto lapalissiani. Raccomandavano infatti “Agli abitanti di Trieste” come primo rimedio, “La purezza d’aria, nonché la nettezza delle persone, dei letti, dei vestiti e delle abitazioni… L’aria viziata da mortali esalazioni la si corregga col mezzo d’una fiamma del legno di ginepro, oppure coi vapori dell’aceto bollito in una stoviglia ben verniciata… Non si conduca vita sedentaria… Chi è dedito a stravizi, si corregga: costumi pure l’uso parco del vino, della buona birra e di qualche liquore spiritoso, ma moderatamente… Fra tutti il miglior preservativo è il coraggio”.

L’epidemia – forza bruta e illetterata – si curava poco dei manifesti: dopo i primi casi in primavera, il colera incominciò a far strage dal mese di giugno, con 164 casi, a luglio con 50 casi al giorno, approdando al primo di agosto con 185 casi in un solo giorno.
I morti giornalieri, tra luglio e agosto, erano almeno quaranta, a tal punto che la cappella mortuaria di San Giacomo, così come di San Giusto, traboccava cadaveri. Le autorità procedettero allora a costruire una tettoia a Sant’Anna, dove le bare venivano accatastate sotto il sole cocente.

Man mano che il colera infuriava, scomparivano i medici; uno di questi, scoperto a fuggire, fu condannato dal Magistrato, che gli vietò allora di esercitare la professione medica “in tutta l’estensione della Monarchia”.
Il popolo rifiutava come disinfettante l’ipoclorito di calce proposto dalla commissione sanitaria, preferendo il “suffumigio anticolerico odoroso” della farmacia Zanetti o il “rimedio antipestilenziale dei frati di san Giovanni di Dio”.
Le ricette “fatte in casa” contenevano alcuni buoni consigli, ma difficilmente salvavano dal colera; suggerivano di fornire al malato “tè caldo ed eccitanti, per esempio melissa o menta; applicate fomenti aromatici e strofinate gli arti inferiori mediante pannilini caldi… Con un regime igienico i corpi umani sono niente o poco esposti alla malattia… Sono da evitarsi le forti emozioni d’animo e segnatamente la paura”.

La paura, soffocata nelle feste in trattoria e nelle sbronze dei bar, intanto si diffondeva nella popolazione.
L’aria in strada era quasi irrespirabile per il catrame bruciato e per il fumo di ginepro nelle case. La commissione aveva scoraggiato dal visitare i malati e dal tenere veglie mortuarie, ma tutto invano: amici e parenti visitavano i propri malati e restavano infetti a loro volta, mentre le veglie si rivelavano focolai di colera.
Verso luglio i teatri si spopolarono, quando finalmente i triestini si accorsero della morte portata dal colera. Il Teatro Mauroner mise in scena Marinella di Sinico, considerata opera “di grido”, ma dovette chiudere; l’anfiteatro Apollo (zona Acquedotto) seguì a ruota e infine rimase solo nella Piazza del nuovo macello “Subotich”, “Arlecchino locale”. I triestini ridevano, ma a denti stretti.
Verso la metà di agosto l’epidemia cominciò a scemare e con i primi di settembre gli infetti diminuirono sensibilmente. Il Teatro Grande riapriva allora a un pubblico ansioso di annegare nel vino l’epidemia appena passata: i teatri erano strapieni, le osterie recuperavano gli incassi persi nei mesi precedenti, mentre il “liston” era quanto mai colorato di coppiette a passeggio.

Mentre il ricordo dell’epidemia lentamente si trasmutava, da un fatto storico, una leggenda, così si moltiplicavano gli aneddoti e le superstizioni.
A questo proposito, il Meridiano di Trieste (Anno II, n. 13, 30 marzo 1978) menzionava la “donna dalla testa di morto” o la “Dama bianca”. Secondo i triestini era una “milionaria” velata di nero, dall’aspetto misterioso; sotto la coltre, per chi aveva l’ardire di avvicinarsi, biancheggiava un teschio ghignante. La “dama bianca” veniva solitamente avvistata di notte in Cittavecchia e nella Contrada Prandi e tra le tombe di san Giusto a mezzanotte.
L’epidemia del 1855 ne suggellò la fortuna di leggenda metropolitana: tutti infatti ne parlavano, sebbene nessuno l’avesse mai vista. La mente umana posta di fronte a grandi tragedie, ricerca l’irrazionale, sublima il dolore nella fantasia e questo era uno dei tanti casi. La “dama bianca” era infatti la morte, che aveva visitato la città.

[z.s.]