Essere insegnante a Trieste: Marco. La seconda parte.

17.01.2019 -8:30- continua l’intervista a Marco, da una decina d’anni insegnante delle medie a Trieste. Qui la prima parte.

Marco, c’è chi contesta che fare l’insegnante sia un privilegio per pochi, con lunghe ferie pagate e un monte ore settimanale esiguo rispetto a qualsiasi altro mestiere. Che cosa ne pensi?

Credo che chi la guardi da questa prospettiva, abbia in realtà una visuale parziale della professione di insegnante. Intendo dire che oltre alle 18 ore di lezioni frontali (in classe n.d.r.) previste nel contratto di un insegnante, ci sono almeno altrettante ore da dedicare ai consigli di classe e a varie altre riunioni, alla preparazione delle lezioni e alla correzione dei compiti. Questo ovviamente nel caso di un professore che abbia un minimo senso di responsabilità e che intenda fare bene il suo lavoro.

Penso quindi che aumentare ulteriormente il numero di ore in classe andrebbe a ripercuotersi direttamente sulla qualità e sullo svolgimento delle lezioni. Chi si impegna a fare l’insegnante e lo fa come andrebbe fatto, si ritrova a lavorare a tempo pieno come in qualsiasi altro mestiere. Poi è vero che ci sono i due mesi di pausa estiva, io li vivo come un momento di ricarica e mi rendo conto che sono un grande privilegio. Ho riflettuto a lungo su questo e mi sono chiesto come mai la gente se la prenda con i professionisti di questa categoria, sostenendo che dovrebbero lavorare di più: personalmente preferirei impegnarmi per far sì che tutti i lavoratori abbiano la possibilità di avere periodi di ferie più lunghi, piuttosto. Mai come in questo periodo il tema del lavoro è stato così importante, eppure cerco sempre di non dimenticare che dovremmo lavorare per vivere e non il contrario!

E per quegli insegnanti che non si impegnano?

Certo che per chi si limita a svolgere le sue 18 ore e nient’altro, si potrebbe parlare di una specie di sfruttamento del lavoro pubblico. Diciamo che non dovrebbe essere così: non dovrebbe essere tutto lasciato al buonsenso individuale dell’insegnante. Potrebbe essere interessante la proposta di entrare tutti a scuola alle 8:00 e uscire tutti alle 15:00 ogni giorno, o comunque a una stessa ora, con un cartellino da timbrare. Allora sì che la scuola cambierebbe: ci sarebbero anche molti momenti di condivisione tra colleghi che al momento sono davvero pochi; gli insegnanti infatti sono professionisti solitari, talora isolati.

Come mai hai scelto proprio la primaria di secondo grado?

Le medie sono quelle che preferisco perché sono metaforicamente democratiche: mentre alle superiori c’è già stata una precedente scrematura, con studenti che si sono scelti un percorso e un ordine, alle medie ci vanno tutti senza distinzione di livello alcuno. Trovo questo molto stimolante, popolare e libero. I ragazzi entrano bambini ed escono un po’ più adulti. Attraverso il mio ruolo didattico ed educativo, mi piace l’idea di poter in un qualche modo incidere nel percorso di ogni genere di studente, dandogli l’opportunità e gli strumenti per scegliere un futuro alla portata di desideri e potenzialità.

Che cosa è cambiato rispetto a quando sei stato studente, dal tuo punto di vista? 

Noto che alle medie di oggi, con classi spesso multietniche, c’è poca uniformità: ho difficoltà infatti a gestire un grande gruppo di ragazzi con così tante differenze e bisogni diversi l’uno dall’altro. Come ho già detto ci sarebbe bisogno di spendere di più in progetti personalizzati e in mediazione culturale, o di aprirsi all’idea delle classi aperte, come già si usa nelle scuole di alcuni stati nordeuropei o statunitensi.

Un’altra cosa che ho rilevato è lo spesso poco supporto da parte delle famiglie, ai miei tempi non era così. Sappiamo tutti che un tempo se prendevi un brutto voto o una nota, dovevi aspettarti una bella punizione anche a casa. Purtroppo senza il sostegno e la fiducia delle famiglie si può fare ben poco, in tal modo il progetto educativo naufragherà perché la scuola da sola non ce la può fare. L’atteggiamento di alcuni nuclei familiari ha in un qualche modo de-funzionalizzato l’istituzione: c’è una grande alleanza genitori-figli versus insegnanti cattivi che danno il brutto voto, anche quando meritato. La Scuola ha perso la sua centralità e la sua autorevolezza da tempo, e questa questione è davvero difficile da gestire.

Qui a Trieste qual è la scuola in cui hai lavorato meglio, quella la cui organizzazione potrebbe secondo te essere presa come modello positivo?

Qui a Trieste ci sono scuole che lavorano molto bene, mi sono sentito ispirato esercitando per esempio nella primaria di secondo grado Francesco Rismondo, facente parte del comprensorio Iqbal Masih. In un quartiere così socialmente complesso come quello di Melara, c’è un dirigente talmente bravo da esser riuscito a incidere in maniera positiva e radicale sul tessuto sociale di quella realtà, che negli anni Ottanta e Novanta era ancora più difficile; al punto che oggi ci sono famiglie che, seppur facenti parte di altri distretti, anche centrali, ha deciso di iscrivere i propri figli proprio in quell’istituto.

Che consigli diresti a chi si sta approcciando oggi al mestiere dell’insegnare? 

Gli direi di provare, perché senza la realtà del fare non ci si può rendere conto di che cosa voglia dire. Se dopo aver provato a fare l’insegnante uno si accorgesse che non è quella la sua strada, gli consiglierei però di lasciar perdere. Considerando che la categoria degli insegnanti è tra quelle con la maggior dipendenza da antidepressivi e ansiolitici, posso dire che per chi non è portato, questa professione è ad alto rischio di frustrazione: dà tanto, ma richiede anche tanta pazienza, empatia ed energia.

Gli direi però anche che è un’avventura appassionata, in cui hai l’opportunità di modificare il presente, dando la possibilità agli studenti di comprenderlo al meglio e da diversi punti di vista. Io mi diverto moltissimo: talvolta le ore che passo a scuola con i miei ragazzi sono così vivide e convulse da lasciarmi spossato per tutto il resto del giorno, altre volte talmente vive da lasciarmi senza fiato per l’intensità delle emozioni che mi trasmettono.