Quando amore e odio si confondono. Il labirinto d’immagini e la società.

30.01.2019 – 21.04 – Questioni mai poste, pensieri su ciò che vediamo, emozioni che nascono da ciò che succede a noi o che ci accade attorno, gioie, paure, cambiamenti. Dubbi, risposte, vite, relazioni con gli altri e con sé stessi. Nasce oggi su Trieste All News un nuovo appuntamento: senza scadenze fisse, senza tempi stretti, aperto alle vostre domande, per approfondire quello che sentiamo e ci colpisce.

Odi et Amo. Perché si dice che “l’odio è l’altra faccia dell’amore”? Perché arriviamo ad odiare ciò che abbiamo amato profondamente? Definire cosa sia l’odio e cosa sia l’amore è difficile, così come tentare di spiegare l’origine di questi sentimenti apparentemente in antitesi tra loro ma così profondamente legati.

Esistono diversi aspetti e diverse forme dell’odio: si può odiare ciò che è radicalmente diverso da noi, perché la differenza in fondo terrorizza ogni essere umano, ma anche ciò che più ci assomiglia, ciò che rispecchia qualcosa di noi stessi. Nel limite di queste poche righe, cercherò di raccontarvi qualcosa in merito al perché paradossalmente ciò che più amiamo può tramutarsi in un oggetto di odio feroce e, per farlo, mi riferirò alla teorizzazione di Jacques Lacan, psichiatra e psicoanalista francese del ‘900. Si tratta, beninteso, di una prospettiva teorica che non ha intenzione di rappresentare per i lettori una Verità assoluta, quanto la semplice occasione di una riflessione.

Lacan sostiene che l’origine dell’odio e dell’aggressività risieda in quella fase dell’esistenza umana che lui definisce “stadio dello specchio”. Si tratta del momento in cui il bambino, ancora infante, riconosce la propria immagine allo specchio. Lui, o lei, diviene il corpo proiettato su quella superficie riflettente. Prima di quel momento si trova invece ad essere fuso e confuso con l’Altro, con chi si prende cura di lui: il suo corpo, prima, è anche il corpo dell’Altro, di quello stesso Altro che, con il proprio amore, gli permette di vivere. L’essere umano è infatti strettamente dipendente dalla presenza di qualcuno che si occupi di lui: nessuno può vivere senza l’Altro e questo ci porta ad una condizione di dipendenza irrimediabile. Lo stadio dello specchio sancisce una prima forma di assunzione di identità del bambino: egli diventa innanzitutto quell’immagine. Il “tu sei questo” che la mamma pronuncia al bambino, indicandolo, è simbolicamente quello che gli permette di accedere a questa prima forma di riconoscimento di sé come essere distinto da lei, come detentore di un corpo. Lacan parla di “alienazione immaginaria” la quale è, alla radice, questa identificazione fondamentale dell’essere umano alla propria immagine.

Tale identificazione con la propria immagine è necessaria alla vita, dona al soggetto la possibilità di iniziare a costruirsi come individuo separato dall’Altro, ma allo stesso tempo rappresenta un dramma. Il dramma si consuma nella misura in cui quella stessa immagine non coincide totalmente con l’essere del soggetto – e non vi coinciderà mai, per quanti sforzi si facciano perché questa illusione divenga realtà. Si tratta di registri differenti e impossibili da sovrapporre: io sono quell’immagine, ma essa non dice tutto di me e nessuna forma di identificazione potrà riuscire nel compito impossibile di rappresentare totalmente l’essere. Non esiste immagine o parola che possa esaurire la complessità del soggetto, che possa dire tutto di noi. Io quindi sono l’altro, ossia quell’ ”altro” che lo specchio mi ritorna. Sono quindi qualcosa “fuori da me”. Ognuno di noi avrà fatto quell’esperienza di profonda estraneità nel guardarsi attentamente allo specchio che, peraltro, è l’unico modo che abbiamo per vederci.
Amare e odiare è innanzitutto quindi amare ed odiare sé stessi: amarsi in quanto immagine ideale che ci illude rispetto ad una completezza narcisistica – ad un senso di unità e di padronanza di sé – ed odiarsi in quanto quella stessa immagine ideale ci divide da noi stessi, ci inscatola, ci imprigiona perché non può dire tutto di noi. Questa dinamica immaginaria, questa altalena tra amore e odio, funge inconsciamente da matrice per tutti i rapporti, le relazioni, i legami con il simile. Possiamo amare follemente ciò che più ci assomiglia, ciò che rappresenta l’ideale a cui da sempre aspiriamo, ma possiamo allo stesso tempo odiarlo, in quanto sede di questa alienazione, di questa impossibilità di coincidervi. La spinta aggressiva punta quindi a distruggere l’altro, ad annientarlo, nel tentativo di rimediare a questa scissione radicale del soggetto.

I rapporti di amicizia durante l’adolescenza sono un prezioso esempio di questa dinamica: in un’epoca della vita in cui si comincia davvero a separarsi dai genitori per costruire qualcosa di proprio, si ricerca proprio colui o colei che più ci assomiglia, come a conferma della propria identità. Dover fare un passo fuori dalle mura domestiche è infatti un rischio perché espone alla dimensione della novità, a ciò che non può essere previsto, anche e soprattutto nei legami sociali. L’illusione di omogeneità, la necessità di rispecchiarsi nel simile ha come scopo quello di proteggerci dall’incontro con la differenza, a cui non si è mai preparati. Finendo poi per disprezzare l’altro nel momento in cui manifesta questa stessa differenza rispetto a sé, che altro non è che la differenza che abita ogni essere umano.

Ed è anche quello che accade quando l’amore si fonda esclusivamente sul narcisismo: quello che si ama dell’altro è da una parte la sua immagine idealizzata e dall’altra il ritorno della propria. Si tratta di quella forma d’amore in cui l’altro funge da specchio, nel cui sguardo si proietta soltanto una conferma di sé: “Non amo l’altro in quanto distinto da me, in quanto differenza assoluta: lo amo perché rispecchia ciò che vorrei essere ma non sono, e non sarò mai”. Questo genere di innamoramento svanisce facilmente ed in breve tempo: l’ideale è tale in quanto illusione, e l’illusione prima o poi si scontra con la realtà. È un incantesimo immaginario che ben presto viene rotto dallo scontro con una verità inaccettabile: non siamo ciò che vorremmo essere. La stessa persona che si ha amato diventa a questo punto un oggetto di odio in quanto testimonianza di qualcosa di intollerabile.

Si può quindi passare tutta la vita a rincorrere questa illusione, e c’è chi lo fa. C’è chi non si arrende e continua a cercare uno specchio adatto a riflettersi per vedersi come vorrebbe, rimanendo incastrato in un labirinto di immagini mai soddisfacenti che scatenano amore e odio allo stesso tempo.

Ma questo labirinto non è mai privo di uscita. O, almeno, è quello che voglio credere.

[Elena Paviotti, psicologa, è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. È iscritta all’Albo degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Studia ancora a Milano e lavora a Trieste dove fa parte dell’equipe Telemaco, associazione che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]