“Immagine condivisa” con André Gunthert e Michele Smargiassi a “Trieste Photo Days”.

10.11.2018 |10.00 – Ricca di spunti di riflessione sull’attualità, vista attraverso l’indagine dell’immagine fotografica e alle diverse connotazioni che questa assume in contesti differenti, portati dagli eventi in programma che ieri all’interno di “Trieste Photo Days” si sono tenuti presso l’auditorium del Museo Revoltella, per poi, concludersi alle ore 17.00 con il vernissage della mostra fotografica “Silenzi Urbani” presso la Sala U. Veruda.

Al Museo Revoltella ha avuto infatti luogo la conferenza di presentazione del saggio di André Gunthert “L’immagine condivisa”, in un importante momento di riflessione e scambio fra due esperti, dato dalla presenza di Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica e autore del blog Fotocrazia, che ha introdotto l’intervento dello studioso francese, non senza ironia, poi condivisa anche dal collega in uno scambio reciproco di opinioni e riflessioni delle quali quello che Gunther definisce come “secondo grado dell’immagine e la sua divulgazione nello spazio pubblico del Web” ha fatto da punto focale.

Smargiassi riflette proprio su questo tipo di immagini “condivise”, cercando di darne una definizione, con l’apporto di due citazioni di due intellettuali italiani sulla natura delle foto al giorno d’oggi: “Senza interruzione ci aggrediscono, penetrando la mente e depositandovi parassiti non richiesti che le impediscono di dar forma naturale a se stessa”, e ancora: “Stanno diventando un’ossessione ai limiti della patologia, una patologia invalidante, un’isteria moderna capace di compromettere il rapporto sociale, lavoro e sentimenti”. Il giornalista, poi, continua ironizzando sia sulle definizioni stesse, al limite dell’intellettualmente terroristico, e sulla fobia che si viene a creare all’interno della società nei confronti dell’immagine fotografica derivante, appunto, da questa epidemia di immagini “usa e getta”, che appare come lo specchio stesso della società d’oggi, che vive in stretto rapporto con il mondo virtuale e che si riflette in un comportamento che appare una ‘vetrinizzazione’ della propria vita, come argomentato da Gunthert nel corso dell’incontro.

Molte le sfaccettature derivanti dagli interventi dei due esperti, esposti anche attraverso molteplici discipline che declinano l’immagine fotografica. Si è parlato di Roland Barthes introducendo, così, l’aspetto semiologico e l’apporto che questo studioso francese ha dato al repertorio di segni di cui fa parte anche la fotografia, oltre al linguaggio, alla corporeità e tutto ciò che può essere usato come materiale comunicativo, creando un collegamento con il saggio “L’immagine condivisa”, ponendolo come antidoto all’ansia intellettuale che ha creato allarmismo in Italia, visto come prodotto della rivoluzione digitale, dove: “la fotografia è sfociata in una condivisibilità orizzontale e immediata”, citando le parole di Smargiassi.

 Il rapporto che vi è fra società e fotografia, ha spiegato Gunthert, non è visto solo come mero esercizio estetico, ma anche come un fascio di pratiche sociali il cui valore sta nell’efficacia con cui assolve ogni volta il suo specifico scopo: informare. Secondo la sua analisi, la fotografia è un oggetto comunitario attivo, che evolve assieme ai suoi contesti e non si ferma a stereotipi dettati da un valore estetico o etico, facendo di “tutti dei giornalisti”, in quanto chiunque può creare informazioni sul mondo per mezzo del supporto digitale.

Tematiche affrontate all’interno dell’intervento sono state quindi la necessità quasi compulsiva di condividere, pur con l’apporto di ‘stickers’ e mascheramenti applicati ai volti, fotografie che ritraggono bambini e minori, e il cambiamento avvenuto all’interno della comunicazione via Internet con l’apporto nella definizione di Gunthert della “fotografia conversazionale“, ovvero la comparsa, nel repertorio degli strumenti della relazione fra comunità di parlanti, di un nuovo modello enunciativo, dato da un nuovo uso della fotografia stessa, che scambiata a distanza con un click, diventa paragonabile a tutti i segni non verbali che da sempre integrano la comunicazione fra parlanti. Nella relazione online si parla con le fotografie, magari con l’aggiunta di una didascalia esplicativa dello stato emotivo del momento e non più solo delle fotografie come accadeva in salotto con l’album di famiglia sulle ginocchia.

La ricca giornata di “Trieste Photo Days” si è conclusa con la mostra “Silenzi Urbani” presso la Sala Veruda, dove hanno presenziato l’Assessore alla cultura del comune di Trieste Giorgio Rossi e la dottoressa Claudia Colecchia, responsabile della fototeca del comune di Trieste; per dotArt Stefano Ambroset e Roberto Fermo, ideatori e fondatori del festival “Trieste Photo Days”. La mostra, omaggio collettivo a Gabriele Basilico, con un’inedita contaminazione tra passato e presente, ha affiancato alla presenza di positivi del maestro Basilico quelli di cinque fotografi continuatori della sua opera, che hanno affidato al mezzo fotografico la tematica del silenzio in un contesto urbano. Un concept che è quasi un ossimoro, dove le immagini esposte differiscono le une dalle altre e si legano alla tematica del silenzio urbano plasmato secondo l’occhio di ogni artista. Gli autori presenti alla mostra erano: Loredana Celano, Assunta D’Urzo, Luca Rotondo, Luca Setti e Marko Vogric. Ad esporre i suoi lavori Marko Vogric, presente alla mostra, il quale offre una visione del silenzio urbano che differisce dagli standard a cui siamo abituati, con l’apporto di una fotocamera particolare che ha permesso di catturare le ombre e con la scelta di porre il punto di vista dal basso; così i tombini di Parigi fanno da terreno a cui affidare il racconto per immagini del silenzio. Da non perdere.