I ‘matti’ di Trieste: un intreccio di dati e leggende

01.11.2018 | 9:00 – Siamo nell’epoca del Futuro, quella che nei film degli anni Sessanta veniva dipinta e raccontata come quella in cui le automobili avrebbero volato e noi saremmo stati serviti dalle macchine, in cui conoscenze mediche e tecnologiche avanzate ci avrebbero fatto vivere più a lungo e in maniera più agiata, e in effetti la realtà non è molto lontana dalla fantasia; eppure siamo umani, e in quanto tali possessori di un immaginario intellettuale sconfinato. Ed è per questo che accanto a un contesto di realtà da primo mondo, in cui tutti avrebbero potenzialmente accesso a informazioni di ogni genere -di altissima qualità e veridicità- e a strumenti di vera fattura futuristica, ci ritroviamo spesso a correre dietro a vecchie credenze e leggende metropolitane. Viviamo in un calderone in cui passato-presente-futuro si mescolano insieme in un suggestivo melting-pot a cui dobbiamo quotidianamente far fronte per decifrare una nostra personale tangibilità.

Il fatto è che in ogni leggenda si nasconde una parte di verità. A Trieste, per esempio, la credenza vuole che il numero di persone affette da patologie psichiatriche sia maggiore che nel resto d’Italia a causa del vento forte e disordinato che contraddistingue le nostre zone (la bora) e della posizione storico-geografica del luogo, che essendo di confine, porterebbe l’individuo a essere oggetto di una più grande instabilità psico-fisica. I triestini sono proprio spesso convinti di essere la città italiana con più mati in assoluto! Ci credono davvero, ma è una suggestione o la realtà dei fatti?

Andando a leggersi un documento del Ministero della Salute che raccoglie e in parte analizza dati sulla salute mentale in Italia (aggiornato al 2015), di primo acchito il Friuli Venezia Giulia (perché i dati sono raccolti per regione) spicca in un paio di grafici per incidenza di utenti assistiti, ammessi e dimessi dalle varie strutture ospedaliere o residenziali per questo tipo di utenza. Andando poi però a guardare il tasso di ricoveri in reparti psichiatrici pubblici per 1000 abitanti, scopriamo invece che la nostra regione è quella che ha il tasso più basso tra tutte le altre. Che cosa significa questo? Noi che abitiamo in questa strana città sappiamo che è proprio qui che si è svolta la rivoluzione basagliana, che ha fatto ‘uscire’ i cosiddetti ‘pazzi’ dai manicomi e realizzare al mondo che la malattia della mente è fortemente legata al contesto sociale in cui si vive. Forse che il nostro territorio (e in questo includiamo anche Gorizia, l’altra città in cui questa rivoluzione ha visto la luce a partire dalla fine degli anni Settanta) sia estremamente preparato nell’affrontare questo genere di problematiche? Meno ricoveri in reparti ospedalieri psichiatrici potrebbero cioè rappresentare il fatto che la malattia mentale non viene ospedalizzata ma trattata socialmente e sul territorio?

Il Friuli poi spicca anche in un altro grafico: quello che raccoglie il costo pro-capite (territoriale ed ospedaliera) per assistenza psichiatrica, dalla quale immagine si evince essere il più basso in assoluto, probabilmente per un simile discorso di efficacia dei trattamenti.

Ultimo dato importante: la nostra regione ha anche il più piccolo livello di riammissioni non programmate entro 7 o 30 giorni rispetto al totale, anche qui a dimostrare che le situazioni vengono verosimilmente affrontate in maniera più aderente al pensiero di Franco Basaglia che non attraverso farmaci o ricoveri ospedalieri ripetuti.

Franco Basaglia in un’immagine di repertorio

Ma quindi il numero dei matti in regione -e nella fattispecie a Trieste- è o non è maggiore che nel resto d’Italia? A giudicare dai dati ufficiali raccolti dal suddetto documento sembrerebbe piuttosto che qui la malattia mentale sia semplicemente più conosciuta, più affrontata e più intimamente intrecciata al tessuto sociale locale che in altri luoghi. Nella nostra città le persone che hanno di questi problemi vivono tra noi -talvolta siamo noi- e non vengono relegate in ospedale per lunghi periodi, sono aiutate dai servizi a rimanere inseriti o a reinserirsi in società e sono forse un po’meno sole che altrove. Che questa sensazione che Trieste sia piena di mati derivi proprio dal fatto che qui siamo più abituati a essere ciò che siamo, anche nell’espressione del disagio e nella nostra convivenza con esso, che nel resto dello stivale? Qui la follia è sdoganata, compresa, perfino accettata come percorso di esistenza e non relegata al buio di qualche stanza nascosta: certo c’è ancora molto da fare per raggiungere la perfezione, ma le differenze con altri luoghi sembrano lampanti.

Raccogliendo l’eredità di Basaglia potremmo quasi certamente sostenere che i ‘matti’ ci appartengono, che siamo tutti un po’ strani e che…da vicino nessuno è normale! In allegato una canzone del gruppo triestino Maxmaber Orkestar, intitolata proprio I Mati De Trieste, il cui testo è la trascrizione della poesia di Pietro Isoni, poeta giuliano contemporaneo.

MaxmaberOrkestar_I_Mati_de_Trieste_you_tube

I_Mati_sound_cloud

“I mati de Trieste/ xe sempre zovini/ no i smagrissi/ no i se ingrassa/ sempre giusti/ in quella testassa. // I godi del sol come i gati/ e i  ciol le robe de tuti/ pensando le sia del mondo. / I se lasa esister/ e i vivi ‘sto zogheto/ nel modo più profondo. // Portadi dela vita soto brazo/ i tira cerci tra le righe/ de sto mondo quadrato.”