Fare l’educatore a Trieste: seconda parte dell’intervista

Ed ecco a voi la seconda parte dell’intervista ad Andrea (qui la prima parte), educatore a Trieste da quasi vent’anni.

Andrea, facendo tu parte di quella categoria di educatori che non hanno la laurea in Scienze dell’Educazione e che si sono soprattutto formati ‘sul campo’, che cosa ne pensi della legge Ioriche prevede una sanatoria per gli educatori senza laurea specifica, attraverso il conseguimento di 60 crediti formativi universitari?

“Personalmente la prendo come un’opportunità per poter mantenere la mia qualifica, anche se mi ha lasciato un po’interdetto il fatto che siano 20 gli anni di esperienza richiesti da educatore per continuare ad esserlo senza dover iscriversi all’università; e questo lo dico perché io di anni di esperienza ne ho esattamente 19 e 5 mesi (ride n.d.r.)! Forse avrebbero dovuto scaglionare meglio, ma insomma ripeto, sono contento di farlo e di avere questa possibilità, penso che sia giusto e persino indispensabile avere degli strumenti come ad esempio una bibliografia a cui fare riferimento, da aggiungere al proprio zainetto lavorativo. Io, per conto mio, ho sempre studiato ma questo non può essere lasciato alla volontà di ciascuno. Finalmente questo ruolo avrà un po’ più di riconoscimento formale, aggiungo.

C’è da dire comunque che i requisiti che un educatore deve avere non sono tutti acquisibili attraverso lo studio o l’esperienza. Fare l’educatore è anche un po’ una vocazione che richiede moltissima versatilità e tanta empatia, prerogative innate e che non impari sui libri.”

Parlaci allora di queste qualità innate…

“Non è facile… La prima peculiarità necessaria per riuscire a fare bene il mio lavoro è quella di saper ascoltare la persona sospendendo il giudizio, cosa alquanto rara in questo momento della nostra società. Le persone sono abituate a venir giudicate e per questo motivo spesso si trovano a non raccontare tutta la loro storia per paura di essere

Disegni di un’assistita del Csm di Trieste, Photo by Giovanna Pivotti

rifiutate e valutate negativamente. Ma se la persona non ti racconta davvero quello che le è successo e come si sente, sarà davvero difficile riuscire a fare qualcosa per lei! La seconda qualità innata che mi viene in mente è di certo l’empatia (dal greco en=dentro + pathos=sentimento), sapersi mettere cioè nei panni dell’altro cercando di sentire insieme a lui quello che sta provando; non quindi osservare dall’alto, ma dal di dentro. In terza istanza bisogna essere davvero flessibili, perché è proprio la professione in sé stessa che te lo richiede: sono davvero tanti e diversissimi tra loro i contesti sociali in cui un educatore si trova a lavorare e le situazioni che gli si presentano davanti. Un attimo sei in una classe di scuola primaria e l’attimo dopo stai lavorando in una comunità di minori non accompagnati, per esempio, anche se poi col tempo ogni educatore può restringere il proprio campo d’azione specializzandosi.”

Un lavoro ad alto rischio burn-out, mi sembra di capire.

“Assolutamente! Avendo a che fare direttamente e continuativamente con le persone e con i loro problemi personali, non è facile fare tutto con empatia e riuscire allo stesso tempo a non farsi coinvolgere troppo dal punto di vista emotivo, tenendosi alla giusta distanza; faccio notare che lasciarsi in parte coinvolgere è necessario in questo lavoro, dato che ci si muove all’interno delle relazioni umane, e che se prima di tutto non si costruisce la relazione, niente potrà funzionare. Però lasciarsi trascinare riuscendo a tenere fermo il baricentro e mantenendo fisso in mente il proprio obiettivo…beh non è sempre facile e sinceramente a volte non è fattibile. Credo che ogni educatore di lungo corso abbia sperimentato momenti di burn-out più o meno intensi.

Per questo motivo noi lavoriamo in rete, mai da soli: c’è un coordinatore del servizio, ci sono gli assistenti sociali, i medici e gli psicoterapeuti che seguono il caso, con cui si fanno incontri periodici per vedere come procede la situazione e per confrontarsi; e non ultimi, ci sono i colleghi, preziosi strumenti di equilibrio. In più abbiamo a disposizione delle ore programmate di supervisione con degli psicologi e dei mezzi di valutazione dei casi quali ad esempio la Classificazione ICF.

 

Un’ultima e fondamentale domanda: Perché?

Perché lavorare con le persone è uno scambio preziosissimo e di cui personalmente non posso fare a meno: fare l’educatore non è solo dare, aiutare e insegnare, ma anche ricevere e imparare ogni giorno. Restiamo umani!