Cooperazione sociale: essere educatore a Trieste

01.08.2018 – 08.14 –Che cosa significa fare l’educatore a Trieste?

Trieste è un luogo di certo unico nel suo genere, con il Carso alle spalle e il confine sloveno a pochi metri, il mare e la strada costiera a separarlo dal resto del mondo. Non è un’isola ma è come se lo fosse, due volte frontiera, per citare un articolo di Paolo Rumiz pubblicato da Repubblica qualche anno fa. Città ‘isolata’ eppure aperta poiché di porto, è stata ed è tuttora dimora di convivenza più o meno pacifica tra culture diverse: ancora oggi ad esempio vediamo vivere fianco a fianco comunità di serbo e greco ortodossi, rumeni e croati, per citarne alcune; e la osserviamo mentre si trova a fronteggiare l’ospitalità dei nuovi immigrati non europei, che certamente in un prossimo futuro andranno a formare altre nuove comunità straniere in città. Di primo acchito di certo un luogo duro e spigoloso, come i suoi abitanti e la sua bora, ma d’altra parte preparato storicamente e socialmente al continuo cambiamento.

È in questo eclettico scenario che sono nate e cresciute le cooperative sociali tra le prime a occuparsi di psichiatria e disabilità in maniera diversa, diremo basagliana (vedi la Cooperativa sociale Lavoratori Uniti “F. Basaglia”, 1972, la prima in Italia) e ad affondare negli anni le radici nel terreno fertile di cui parliamo. Al giorno d’oggi la situazione della cooperazione sociale è molto complessa e ciò anche a causa della loro trasmutazione strutturale da cooperative a simil-aziende. I tempi cambiano e bisogna trovare un modo per rimanere a galla sul libero mercato; se poi questa sia una scelta vincente o perdente lo si vedrà nel tempo, certo è che si spera in questo modo di non snaturare l’idea originaria alla base della cooperazione sociale, che pone al centro di tutto ‘la persona nel suo contesto’.

Ma tornando a noi, vista l’eterogeneità di questo palcoscenico triestino, gli educatori cittadini sono di certo attori di prima categoria perché nel tempo hanno dovuto adattarsi al continuo mutamento altalenante del loro ruolo (frequentemente non riconosciuto) all’interno dei nuovi e vecchi servizi offerti a una comunità peculiare come quella giuliana. Simile a un marinaio sulla barca durante la tempesta che cerca di rimanere in piedi, così all’educatore viene spesso richiesta la stessa forza d’animo. Egli lavora con la persona e per la persona e si trova di sovente a fare da tramite tra questa e il suo contorno sociale, usualmente disfunzionale. Ciò che vede un educatore in un anno di lavoro, soprattutto se opera su servizi territoriali, è paragonabile a 10 anni di esperienza di vita da semplice cittadino. Ed è proprio per questi suoi super poteri che la prossima settimana questa rubrica presenterà una prima intervista a un educatore che lavora da molti anni all’interno del contesto cooperativo triestino.

Alla prossima settimana!