Flash Mob per l’inclusione: un’altra Monfalcone in piazza

26.07.2018 – 08.30 – Monfalcone, cittadella portuale e operaia, da sempre luogo di inclusione e di scambio tra svariate culture nella storia, negli ultimi dieci anni ha visto crescere esponenzialmente il numero di famiglie straniere presenti sul territorio, grazie al lavoro nei cantieri navali. Attualmente si è arrivati a una percentuale di più del 20% sul totale.

Sabato 21 luglio, a Monfalcone, il Flash Mob intitolato “Noi stiamo con i bambini”, organizzato dall’Associazione Monfalconese Interetnica, al quale hanno aderito in molti tra i quali Potere al Popolo, Legambiente, ANPI, Rifondazione Comunista, Sinistra per Monfalcone, Associazione Giovani Bengalesi, CGIL, Associazione Volontariato Donne e PD, è stata una coloratissima e pacifica piazza gremita di genitori, bambini e maestre – tra i 500 e 600 uniti tutti dagli stessi obiettivi: l’inclusione ‘senza se e senza ma’ e la promozione di proposte per migliorare l’apprendimento nelle scuole monfalconesi, tra cui l’aumento del numero minimo di mediatori culturali in classe e l’eventuale ampliamento delle scuole.

Ma facciamo un passo indietro. La notizia originaria, essendo stata oggetto di molte discussioni e avendo avuto moltissima eco mediatica anche a livello nazionale, è nota: nella città di tradizione comunista, recentemente passata alla Lega Nord, la sindaca monfalconese Anna Cisint, ha posto un tetto massimo del 45% alla presenza di bambini di origine migratoria nelle classi. Questa decisione ha visto escludersi per 79 famiglie, di cui la maggior parte di provenienza straniera, la possibilità di iscrivere i propri figli nelle scuole comunali di Monfalcone con conseguente distribuzione in quelle dei paesi limitrofi, con tanto di servizio scuolabus gratuito.
Lo scopo principale di questa decisione è, dichiaratamente, quello di evitare le cosiddette ‘classi ghetto’ in cui i bambini non italofoni faticherebbero ad apprendere l’italiano e gli italiani sarebbero invece rallentati dalla loro maggioritaria presenza. Stiamo parlando, però, di scuola dell’infanzia, dove i piccoli, dai 3 ai 6 anni, come dimostrato dagli studi [link] pur continuando a distinguere con chiarezza la loro lingua madre imparerebbero l’italiano alla stessa velocità dei bambini italiani. Il vero rischio diventa quindi quello di far arrivare quegli stessi bimbi alla scuola primaria senza aver mai frequentato precedentemente quella dell’infanzia; molti di questi bambini parlano o hanno già iniziato a parlare la nostra lingua, con pari dignità.

Ora rifacciamo un passo avanti: l’uguaglianza, l’inclusione e l’educazione per tutti, contrapposte all’esclusione e alla discriminazione, anche su base etnica, e alla valutazione del paese di provenienza, sono principi fondanti nel nostro paese e in Europa – principi che connoteranno i loro futuri cittadini. L’inclusione regolamentata sulla base dell’esempio dei paesi europei in cui l’immigrazione di massa è un problema ampiamente superato può essere una strada. Quale direzione vogliamo prendere?