Toponomastica affettiva della Trieste che fu

12.05.2018 – 09.15 – La toponomastica, intesa come l’insieme dei nomi di luogo riferiti a una città, ha sempre rivestito un ruolo altamente simbolico, difficilmente casuale: intitolare una via, una piazza, un parco comporta inevitabilmente una scelta politica e una posizione ben precisa. In seguito a un cambio di regime o una conquista militare, la toponomastica diventa una delle tante armi dell’arsenale di propaganda della potenza occupante: rinominare le vie con i nomi dei nuovi “eroi” comporta la creazione di un’identità ex novo, edificata sulle macerie della precedente. La toponomastica si accompagna, in queste situazioni, alla demolizione edilizia rivolta verso monumenti e quartieri percepiti come “vecchi” e d’ingombro a viali e piazze da inaugurare.

Si potrebbe in tal senso riflettere sulla facilità con la quale si battezzano vie e piazze, senza considerare le conseguenze e il peso – storico e politico – per i cittadini che vi abitano e ne parlano ogni giorno. Scegliere di nominare una via a quell’eroe, quel benefattore comporta un impegno e una spesa prossima a zero, ricambiata ampiamente dalla visibilità e dalla pubblicità dei mass media.

Uno strumento, pertanto; ampiamente utilizzato, se si considera come un articolo del Piccolo del 2013 rilevava come non vi fossero più vie o piazze a Trieste da intitolare. La furia della toponomastica aveva conquistato anche l’ultimo angolo della città. Nello stesso ambito si dovrebbero collocare le ancor più numerose targhe commemorative, le statue e i monumenti e in misura minore le tante mostre e musei. Un argomento a parte meriterebbe in questo contesto la proposta di rinominare particolari vie o piazze intitolate a figure controverse, con il dilemma se rimuovere o meno un passato storico lungi da potersi cancellare così facilmente. Dall’altro, un edificio costruito in un determinato periodo, non importa quanto negativo, resta un edificio: è solo pietra e mattoni, non importa quanto ideologicamente infatuato fosse il suo costruttore. E’ “solo” un edifico e allo stesso modo spesso una via è “solo” una via. Le parole perdono rapidamente la loro importanza ideologica quando chi le usa è ignorante del loro passato storico. Si perde il conto del numero delle vie e dei personaggi storici totalmente sconosciuti ai loro stessi abitanti: nomi senza significato, spesso conosciuti dal solo appellativo di esploratore, poeta e patriota… destinati a un’immortalità rimasta nella mente dei politici responsabili della scelta.

Accanto alla toponomastica ufficiale esiste infatti quanto viene definita la “toponomastica affettiva”. Il termine ricorre nel saggio “Trieste Romantica – Itinerari Sentimentali d’altri Tempi”, una raccolta di curiosità sulla Trieste ottocentesca edita nel 1972 dalla Libreria “Italo Svevo” in collaborazione con la Società di Minerva. Viene definita come “l’insieme di tutte le denominazioni, alle volte scherzose o ironiche o sarcastiche, o anche scurrili, alle volte languorosamente romantiche, sentimentali, accorate o complimentose, appioppiate da una persona di spirito, magari un umile popolano, a oggetti “topografici” della città, che siano riusciti in qualche modo a destare un certo interesse e a sollecitare la fantasia dell’osservatore. Se ben centrati, questi nomignoli, per natura transeunti e provvisori, finiscono col diventare patrimonio comune di tutti gli abitanti di un rione o della cittadinanza intera.”

Si potrebbe anche definire la toponomastica affettiva come l’usanza di abbreviare o dare soprannomi ai luoghi della città, un atteggiamento certo non unico a Trieste, ma qui particolarmente pronunciato. Si consideri, in tempi recenti, con quale straordinaria velocità ha fatto presa il termine “Ponte Curto”, inglorioso nomignolo dell’altrimenti letterario “Passaggio Joyce”. Molti dei nomi delle vie medievali di Trieste sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, con un chiaro lascito dialettale: Via Malcanton, Via delle Beccherie, Via del Crocifisso, Via di Donota (ovvero Via “della donnicciuola”) e così via… Evidente in questi casi il passaggio dall’informale popolare all’ufficialità di decreti e bolle comunali, dove si riconosce, per forza dell’uso, il nome alla via.

La Trieste ottocentesca presentava a sua volta una carrellata di soprannomi ora dimenticati, all’epoca segnale di quale politica, quale cultura, quale cambiamento sociale accompagnasse la crescita della città.

Il Palazzo Comunale, costruito dall’architetto Giuseppe Bruni tra il 1869 e il 1875, diventa così “Palazzo Gheba”, oltre a venire spesso definito “torna nuziale” per la sua bianca e decorata facciata, largamente criticata sui giornali del tempo. Il poeta Giglio Padovan battezza il vicino Teatro Verdi con il brutale appellativo di “Sorzera Comunal”, mentre Piazza Unità (all’epoca Piazza Grande) diventa “Piazza dei Pupazzi”. Allora come adesso, la Piazza presentava infatti diverse statue, i “pupazzi”, dalla Fontana dei Quattro Continenti, alla Statua di Carlo VI, senza trascurare “Micchezze” e “Jàchezzè” all’epoca appena collocati tra il 1875 e 1876 a “bater le ore”.

Il Cinema Fenice, chiuso nel secondo dopoguerra dopo ripetuti casi d’incendio, era nell’ottocento il Teatro Mauroner, chiamato “Teatro Giazzera”. Un’altra invenzione di Padovan, dalla poesia dialettale “El Teatro Giazzera”: la costruzione all’aperto sembra infatti sottoponesse i suoi spettatori a un’ordalia di venti di Bora e infreddature, da cui il nome di “teatro-ghiacciaia”.

Tra i tanti esempi possibili, si può menzionare “La Contrada del Guà”, cioè Via San Nicolò, “La Contrada dei Cesti”, ovvero Via Punta del Forno, il volgare “Corte dei Cagabale”, cortile infestato di scarafaggi presso Tor Cucherna, il “Prà del Gobo”, un tratto di campagna sotto Monte Valerio, ora occupato dall’Università centrale e così via, in una girandola vernacolare di nomi…

Teatro Mauroner, interni (dettaglio), cartolina della Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

La toponomastica affettiva può anche essere applicata ai soprannomi di turisti e stranieri in visita alla città, tanto più quando si considera la natura di primo porto dell’Austria nell’ottocento. Uomini d’affari, ambasciatori e commercianti fraintendono alcune espressioni dialettali, mescolano la lingua madre con il triestino e generano strani appellativi, spesso ironici.

Il Barone Scaramangà, dopo anni di residenza, si rassegna a chiamare “Mirasassi” la sua tenuta a Sesana, mentre lo scozzese George Moore chiama “Borahall” (Atrio della Bora) la sua villa a Trieste, dopo aver constatato la forza del vento triestino. Più romantico il soprannome per la Valle di Pischianzi, a Roiano: “Angolo Melanconico”, secondo il Conte Agapito. Un prestito dai neologismi della lingua inglese genera invece l’innovativo “Miramuggia”, inventato da M. John Whysall, per denominare il versante meridionale del Colle di S. Vito.

“Mirasassi” e “Miramuggia”, pur essendo ironici, tradiscono entrambi l’influenza dal castello di Miramare: come nel caso di Palazzo Gheba, evoluzione linguistica e urbana procedono di pari passo e nei nomignoli della toponomastica affettiva riemergono tracce della trasformazione di Trieste.