28.04.2018 – 09.08 – Un lungo percorso separa la storia dell’illuminazione pubblica di Trieste, dapprima con i lampioni a gas e in seguito elettrici, dalla costruzione del Gasometro di Broletto (1901), all’epoca principale deposito per l’uso del gas naturale nelle case e nell’industria.
Tra fine ‘600 e inizio ‘700 Trieste doveva, nelle ore notturne, affidarsi alla sola luce tremula delle sacre immagini ospitate nei capitelli del nucleo medioevale. Alcune volte mercanti e nobili, di ritorno da uno spettacolo teatrale, potevano invece usufruire dei servigi di un accompagnatore con fanale, chiamato “lampareto”, che aveva anche lo scopo di dissuadere eventuali malintenzionati in agguato nel buio.
Il Secolo dei Lumi, sotto il governo di Maria Teresa d’Austria, assiste invece alle prime sperimentazioni con i lampioni, nella forma di fanali ad olio, costruiti verso il 1770 a spese dei proprietari delle case interessate, solitamente mercanti. Si tratta dapprima di fanali a lucignolo circolare, in seguito con tubo di vetro e infine con cappello a riverbero.

L’immagine di una Londra illuminata a gas nel 1814, alle soglie della Restaurazione, ci avvicina alla storia del Gasometro di Broletto, ma al di fuori della notizia sui giornali, i triestini dovranno aspettare il 1846/47 per avere i primi lampioni.
Come già si aveva fatto con la Ferrovia Meridionale, affidata ai privati e come si farà in seguito con il Porto Vecchio, il comune preferisce affidarsi a una società privata, nello specifico un imprenditore francese, Pietro Prix Franquet. L’impresa procedette subito alla costruzione di un modesto gasometro in via Molingrade, iniziando poi a collocare i primi lampioni.
Il 20 novembre 1846, l’inaugurazione in pompa magna: sotto gli occhi meravigliati della popolazione, il Corso e Via Nuova s’illuminarono come a giorno. La sorpresa durò tuttavia poco, perché quella stessa sera i lampioni mal funzionarono: le fiamme si spensero all’improvviso e ai triestini rimase solo un cattivo odore di gas. Tra incidenti e contrattempi, la costruzione proseguì nei decenni successivi, fino a diffondere nella città almeno un lampione ogni trentacinque metri. I primi erano piuttosto grandi, dalle dimensioni di una fiamma a ventaglio, mentre i successivi, più piccoli, a sei facce, erano a fiamma concentrata. Gli ultimi furono a retina Auser con una sola chiusura circolare, di vetro.
Il passaggio dai fanali a olio ai lampioni a gas risultò piuttosto graduale, con i primi ancora molto diffusi in periferia: persino nel 1864, a vent’anni di distanza, i lampioni a gas erano diffusi solo nel centro urbano.
I primissimi lampioni elettrici risalgono invece al novembre 1898, mentre già dal 1888 si godeva nel “Porto Vecchio” (all’epoca nuovo di costruzione) di un completo impianto d’illuminazione elettrica progettato dall’amministrazione dei magazzini.
I “lampareti” avevano simboleggiato l’ancient regime, spazzato via dalle riforme settecentesche dei “lumi” dei fanali ad olio, mentre gli “impizaferai”, con le loro lunghe canne uncinate, avevano simboleggiato la rivoluzione industriale ottocentesca, coloro che “accendevano” i lampioni a gas.
Tra fine ‘800 e inizio ‘900, la cultura positivista e il progresso scientifico giunsero a eliminare anche gli “impizaferai”, soppiantati dagli operai specializzati. I giornali e i diari raccontano di una fila di operai dall’uniforme turchina e il berretto dalla lucida visiera, che al tramonto usciva in fila da Via Genova e procedeva ad accendere uno a uno i nuovi lampioni elettrici. Cabine apposite, nel più dei casi, ma anche interruttori nascosti in apposite nicchie nei muri.
I fanali ad olio settecenteschi nelle periferie, i lampioni a gas ottocenteschi e infine i lampioni elettrici del primo novecento coesistettero a lungo: almeno fino al 1930 si usavano ancora vecchi lampioni a gas in tante vie di Trieste. Questo è il contesto in cui nasce il Gasometro del Broletto, costruito nel 1901, quando il consumo di gas ormai era diffuso in tutte le case e non era più solo una necessità legata all’illuminazione pubblica.

L’area dove verrà edificato il Gasometro, tra S. Andrea e Chiarbola inferiore, appare interessata a un forte sviluppo industriale e urbanistico già nella prima metà dell’ottocento: un luogo perfetto per cantieri navali e industrie, se si considera l’assenza di costruzioni precedenti e un accesso al mare riparato e tranquillo. In questo periodo si sviluppano e prosperano lo Stabilimento Navale Adriatico, lo Stabilimento Tecnico Triestino e l’Arsenale del Lloyd.
Nello specifico, la cosiddetta “valle del Broletto”, appartenuta in origine alla famiglia dei nobili Giuliani, passa nel 1869 all’imprenditore Giuseppe Millanich.
Il progressivo aumentare del consumo di gas, pubblico e privato, spinge già nel 1864 il Comune di Trieste ad acquistare la prima Usina Comunale del gas, affidata a una Società francese. Un’area industriale, deputata a erogare il gas naturale, realizzata dall’ingegnere Kühnel su di un fondo di circa 20.000 metri quadri, ampliata in seguito nel 1877 con ulteriori 25000 metri quadri.
Troppo poco, troppo tardi: una popolazione in forte crescita e un porto industriale in pieno sviluppo concorrono alla creazione di un primo gasometro nel Broletto, dalla capacità di 8000 metri cubi. Questa riserva, pur nella combinazione con l’Usina del 1864, si rivela tuttavia insufficiente: nel 1901 si giunge così a deliberare la costruzione di un nuovo Gasometro del Broletto, le cui imponenti dimensioni assicureranno alla città una fornitura costante e sicura.

I primi lavoratori dell’Officina comunale del gas, in una foto di gruppo scattata il 1 maggio 1911. Autore non identificato, Fototeca Istituto Livio Saranz, Trieste. Alle spalle, il Gasometro (1901).

L’Azienda Comunale Elettricità Gas Acqua di Trieste affidò il progetto all’ingegnere civile Francesco Buonaffi, per un approssimativo totale di 560000 corone dell’epoca.
La struttura fu edificata in conformità ai canoni dei gasometri dell’Europa centrale, come i magazzini del Porto Vecchio avevano a loro volta ricalcato i modelli dei Porti nord europei: si parte dall’alto, con una cupola reticolare, sul modello Schwedler (1866), virtualmente identica a tante sue consorelle a Vienna e a Berlino. L’edificio presenta poi un possente muro perimetrale di spessore – 90 cm – con un’altezza complessiva di 90 metri, cupola compresa.
La struttura interna, il “deposito” vero e proprio, ha una capacità di 20000 metri cubi di gas, con 41 metri di diametro e 35 di altezza. Si tratta di una campana metallica, libera di scorrere su e giù grazie a delle guide posizionate sul perimetro esterno. La campana, aperta sul fondo, è parzialmente immersa in una vasca d’acqua, dalla profondità di 10 metri. Il gas si conserva nella parte in alto della campana e a seconda della necessità la struttura scende o sale lungo l’asse verticale dell’edificio. Il gas viene intanto aspirato con appositi tubi in basso, che “sbucano” dall’acqua. Se l’edificio all’interno è (era) a tutti gli effetti un gasometro, all’esterno si riproduce l’impatto visivo di una cattedrale industriale, attraverso la scelta di 14 monumentali vetrate a struttura metallica, organizzate con una simmetria centrale. Salendo, la cupola presenta all’interno un rivestimento di legno, mentre all’esterno è organizzata con 15 lesene, posizionate su un alto zoccolo, a sostegno a loro volta di un tamburo, articolato in tantissime finestrelle.
Alla sommità della cupola, infine, una lanterna con ballatoio per garantire la massima illuminazione. Come il resto dell’edificio, anche il ballatoio presenta numerosi motivi decorativi.
Il Gasometro è generalmente decorato con modanature in pietra, esemplificate dalla doppia cornice sul perimetro esterno e dalla trabeazione a lastre scanalate e lisce alternate agli oculi superiori.
Infine, è possibile notare sulla facciata un manometro in pietra, coronato da una lastra con l’iscrizione “ADMCMII”.
Dall’archivio, è possibile osservare come nel documento dell’ingegner Peressini, “Preventivo per opere da eseguirsi nell’anno 1901”, su ordine dell’Officina comunale del gas, compaia il riferimento all’utilizzo di luci con capacità fino a 60 metri, un dato che trasmette bene le gigantesche dimensioni della struttura.
Inaugurato nello stesso anno, funzionò egregiamente sotto l’Austria, superando indenne i bombardamenti del 1916 e venendo poi riutilizzato nel passaggio all’Italia. Chiuso per precauzione durante la Seconda Guerra Mondiale, dai bombardamenti di gran lunga più letali – fu ad esempio colpita nella zona la Torre del Lloyd – il Gasometro fu poi riaperto nel 1947 e chiuso definitivamente con le ristrutturazioni tentate tra il 1950 e 1952 dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico.

Gasometri, distretto di Simmering (Vienna): prima e dopo.

Miracolosamente sopravvissuto alle devastazioni edilizie degli anni ’60 e ’70, il Gasometro in seguito venne dichiarato “bene di interesse culturale” nel 1988 e da allora ha sempre rappresentato un punto interrogativo per i Sindaci e le Giunte di volta in volta susseguitosi.
A metà anni ’90, con la Giunta Illy, il vicesindaco Roberto Damiani propose di trasformarlo in una sala Rock, mentre in seguito si è vagliato più volte la suggestione di un grande planetario. Ipotesi più realistiche negli ultimi anni hanno preso in considerazione una sede per i giovani, per i Musei, un centro di arte contemporanea, un cinema tridimensionale, un museo dell’astronomia… in qualunque caso gli investimenti richiesti sono tali da far restare sulla carta ogni fantasiosa idea. Come nel caso del Porto Vecchio, le dimensioni stesse del Gasometro lo salvaguardano da una facile distruzione, ma nel contempo rendono estremamente difficile rammodernarlo. L’idea della sala rock, a metà anni ’90, in sé modesta, avrebbe ad esempio richiesto oltre 50 milioni.
Il Gasometro del Broletto ha dei suoi “gemelli” nei 4 gasometri austriaci del distretto industriale di Simmering (Vienna). Si tratta di 4 depositi, costruiti a inizio ‘900, dalla simile pianta architettonica, ristrutturati nel 2001 da un’équipe di primordine di architetti. Oggigiorno hanno modo di ospitare 800 appartamenti, una sala per le manifestazioni e soprattutto 70 negozi. Definiti dalle guide un “Eldorado degli acquisti”, i 4 gasometri sono così diventati, dal brutto anatroccolo post industriale di Vienna, un cigno dello shopping di lusso.
Se l’esempio di Vienna può sembrare incoraggiante, si deve considerare il pericolo di trasformare la zona in un quartiere di lusso, riservato solamente ai turisti internazionali e alle fasce abbienti della popolazione. Il quartiere di Simmering sembra aver sviluppato un senso di comunità e aver creato un luogo non solo di passaggio, ma anche di residenza per numerose famiglie (1600 persone).
Se dunque si sceglie di ristrutturare il Gasometro con investimenti privati, il rischio di una “gentrificazione” va esaminato attentamente, per evitare di creare una zona estranea ai suoi stessi cittadini e all’eredità storica di Trieste.