Maurizio Fermeglia e l’Università di Trieste: l’oggi, le sfide, il futuro. Intervista al Rettore.

21.03.18 | 13.40 – Professor Fermeglia, l’università è indubbiamente uno dei cuori pulsanti di Trieste: è, ed è sempre stata, un’istituzione di fondamentale importanza per la nostra città. Negli anni passati ha attraversato momenti di difficoltà. Qual è la situazione attuale? 

Vorrei risponderle partendo dalla collocazione dell’Università di Trieste dentro alla nostra città, sul piano nazionale e su quello internazionale. Inizio col dire che un confronto con altre università triestine non sarebbe utile: parleremmo solo di SISSA, ed è un confronto non proponibile per la diversità stessa delle due istituzioni; quindi passiamo subito oltre, e parliamo di noi e della nostra università in Italia e nel mondo. E la situazione dell’università di Trieste è buona.

Quali sono le vostre attività principali?

Le attività che sono il cuore della nostra università in questo momento sono tre: la didattica, la ricerca, e quella che viene definita in inglese come ‘Outreach’, la ‘terza missione’, che potremmo tradurre come trasferimento di conoscenza. Non amo il termine ‘terza missione’: potrebbe far pensare istintivamente a un lavoro di serie più bassa, e non ritengo affatto che lo sia. Il trasferimento di conoscenza dall’università al territorio è assolutamente di primaria importanza.

Inizio con la didattica: da quattro anni l’università di Trieste ha visto, come frutto del suo lavoro nell’orientamento, un aumento costante del numero di neo-immatricolati. Può trattarsi di giovani che entrano per la prima volta nel percorso di studi, oppure di ragazzi e ragazze più grandi che vengono a Trieste per intraprendere il percorso magistrale, con l’eccezione naturalmente dei settori a ciclo unico come giurisprudenza e medicina. Abbiamo una grande percentuale di studenti fuori sede che vengono da altre regioni e città d’Italia. Abbiamo un’alta percentuale di stranieri, circa il 9 per cento, alcuni dei quali provenienti da paesi lontani come Cina, Iran. Ci scelgono perché la nostra reputazione è buona. La nostra offerta didattica è grossomodo stabile: l’anno scorso abbiamo aperto due lauree in più: Data Science and Scientific Computing , e traduzione e interpretazione giuridica.

Il numero di iscritti, però, diminuisce. Si potrebbe dire: una diminuzione degli iscritti è un sintomo negativo per un’università.

No, non necessariamente. Non è vero. Il numero totale degli iscritti è in diminuzione principalmente per la forte riduzione del numero di studenti fuori corso, frutto del lavoro fatto sul Job Placement da un lato e di orientamento dall’altro: aiutare i ragazzi a scegliere bene il percorso dall’inizio, quindi, e a terminare per quanto possibile gli studi entro i termini prefissati. La soddisfazione degli studenti è molto buona, la vediamo attraverso i questionari di riscontro consultabili sul nostro sito: i punti deboli ci sono ma non interessano aree principali. Se gli iscritti diminuiscono, ma le immatricolazioni nello stesso tempo aumentano assieme al numero degli studenti in corso, vuol dire che la ‘macchina’ dell’università di Trieste si è messa in moto e sta guadagnando in efficienza ed efficacia.  Anche il rapporto docenti-studenti è buono: abbiamo ora un numero di docenti corretto e in grado di mantenere l’offerta didattica e formativa attiva. Anche in questo caso i punti di attenzione ci sono, non siamo più nel mondo universitario degli anni Ottanta: oggi non sarebbe più pensabile, i docenti devono essere necessariamente distribuiti per garantire una copertura di tutta l’offerta e il numero di ore didattiche frontali è aumentato di molto. È stata una grossa sfida.

Dopo la didattica, la ricerca, quindi. Ricerca: come viene vista dagli altri l’Università di Trieste?

Mediamente ci posizioniamo fra le prime dieci università in Italia. Nel mondo invece? Male. Ma questo perché tutte le università italiane sono messe male: è un male comune – non un gaudio. Numeri di premi Nobel che escono dalle università italiane? Non ne abbiamo. Numero di docenti stranieri nelle università italiane? Quasi nessuno. Sono una rarità, per molti motivi, fra i quali quello economico. Il nostro sistema universitario è molto diverso da quelli stranieri; peraltro, all’estero è apprezzato e non sottovalutato. Una domanda da farsi è questa: è possibile che, trascorsi solo pochi anni da quando al nostro sistema universitario sono stati fatti veramente dei cambiamenti, si possano già avere dei risultati in termini di posizionamento? Probabilmente no, è ancora troppo presto.

Pensa che questa distanza che separa Trieste dagli altri si possa ridurre?

Iniziamo col darci obiettivi raggiungibili. Non sottovalutiamo, ad esempio, il fatto che le aziende, colpite dalla crisi, per anni non siano state in grado di investire nulla nella collaborazione con l’università; le cose adesso stanno cambiando. Il nostro bacino di riferimento e di confronto è quello dei Balcani e dell’est Europa, l’università di Trieste non deve guardare a Oxford e Cambridge. Possiamo prendere esempio, e visitare anche Cambridge e Oxford, certamente: ma il riscontro che avremo da parte loro non sarà mai quello da università di serie A. Trieste può essere invece un riferimento e un modello se si guarda a est: ai Balcani e all’Europa Orientale, quindi. Le altre direttrici preferenziali dell’università di Trieste, in accordo con il Ministero degli Affari Esteri, sono Israele, Arabia Saudita, Iran. E poi il Giappone, il Perù e l’Argentina.

Il terzo elemento, quindi: come vi rapportate con il mondo esterno, come trasferite conoscenza?

Terzo elemento, terza missione: l’ Outreach’. Tema strettamente legato al trasferimento tecnologico e ai rapporti con le aziende. Citerei Trieste Next ed ESOF 2020 come esempi di divulgazione scientifica e non solo. Sul piano della comunicazione c’è ancora del lavoro da fare: comunichiamo, si,  abbiamo migliorato la presenza e la divulgazione su Internet e sui Social Network, ma dobbiamo farlo ancora meglio. Ci sono veramente tante cose da dire, da mostrare e di cui parlare: siamo un’università generalista, e il nostro mestiere dobbiamo farlo a trecentosessanta gradi. Trasferire conoscenza vuol dire fare la Scuola Joyce, fare attività di divulgazione culturale, coltivare e sviluppare i rapporti con i musei. E, spesso dimenticata – ma non è un errore da fare – nella terza missione c’è anche l’assistenza ospedaliera: l’ospedale di Cattinara, strettamente collegato all’università.

Parlando di ricerca, arriviamo al tema della multi-disciplinarietà, anch’esso fattore primario per un’università moderna.

La multi-disciplinarietà è, per l’Università di Trieste, irrinunciabile. L’intero movimento della formazione superiore, nel mondo, si orienta verso la trasversalità dei temi. Faccio alcuni esempi: energia, acqua, rivoluzione industriale ora coniugata con Industria 4.0, cambiamenti climatici dell’ambiente, risorse di cibo. Invecchiamento della popolazione. Salute dell’uomo. Migrazioni. Pensando a questi esempi che ho citato, e sono solo alcuni, posso immaginare una matrice che ha come righe temi come ad esempio l’acqua, l’energia – e come colonne le discipline che rappresentano le vecchie facoltà: sempre come esempi, l’ingegneria, la fisica, le scienze politiche. La medicina. In Italia – in Europa, meno – siamo sempre stati abituati a ragionare, nel campo della formazione universitaria, per colonne: per sole facoltà, spesso chiuse su se stesse. Va detta con molta franchezza una cosa: più piccoli e specializzati i settori sono, nel campo della formazione universitaria, più diventano un centro di potere riservato a pochi. Ma, ancora una volta: il mondo è cambiato: negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso un bravo ingegnere era in grado di fondare l’Olivetti; un bravo medico poteva essere, da solo, autore di una scoperta scientifica che portava a un vaccino. Queste figure di spicco del passato, d’elite, che si occupavano di una sola disciplina, non sono più attuali: il nostro è un mondo in cui lo studio di una disciplina scientifica non può prescindere dagli aspetti sociali, economici, globali della stessa, e a come questi aspetti tocchino a loro volta altre discipline. L’università, presso la quale i ragazzi si formano, ha il dovere di dire: ‘attenzione, non si può più andare avanti come prima’. Molto semplice, e molto chiaro. Il dialogo fra queste strutture chiuse su se stesse e il mondo esterno è invece spesso difficile, e le modalità di distribuzione dei fondi ministeriali, strutturate ancora alla vecchia maniera, non aiutano: bisogna cambiare.

Come si riflette, questo cambio di approccio e di mentalità, nella vostra organizzazione di ogni giorno?

Stiamo ristrutturando i dipartimenti: per fare un esempio, abbiamo un dipartimento di ingegneria e uno di economia, ma non un dipartimento di energia. Non abbiamo un dipartimento di Immigrazione in cui insegnino assieme un esperto di linguistica, un economista, un medico, un sociologo, un ingegnere civile. Per cercare di arrivare a questo tipo di struttura abbiamo iniziato a creare centri interdipartimentali, che la Legge 240/2010 ci permette di fare meglio che in passato, con un denominatore comune che non sia collegato solo alla collocazione dell’università sul territorio ma tematico: Industria 4.0, o Big Data, o energia, trasporti e ambiente. Favorendo una progettualità trasversale all’interno di questi centri interdipartimentali cerchiamo di fare in modo che nasca un dialogo. Le risorse vengono assegnate ai gruppi di ricerca che si sono distinti per massa critica, collegamenti internazionali e ricadute occupazionali. La direzione è chiara.

Un corretto indirizzo agli studi può avere un grandissimo impatto sulle possibilità occupazionali. Quali sono le sfide del futuro?

I due grandi temi che dovremo affrontare nei prossimi quindici anni sono la de-carbonizzazione e la digitalizzazione; tutto il resto, credo, può essere visto come una conseguenza. Nel Global Risk Report del World Economic Forum 2018 vediamo riportati come maggiori rischi gli eventi atmosferici estremi, i disastri naturali, il cambiamento climatico. La crisi dell’acqua, pericoli per la biodiversità e le problematiche di cibo. Fatta eccezione per i Cyber-attacchi e l’immigrazione – la quale però si collega essa stessa anche all’ambiente – sono tutti rischi ambientali. Si tratta di un tema fondamentale: il nostro piano strategico tiene conto delle Smart Specialization Strategies della nostra regione del mondo con l’obiettivo di rispondere alle sfide, e l’università deve essere il collante che tiene assieme questo triangolo: la scienza, la tecnologia e la società devono avere un tessuto connettivo che permetta loro di interagire di più, perché nessuna delle tre può farcela da sola. Con la de-carbonizzazione si stima venga perso, da qui al 2050, un numero enorme di posti di lavoro, che, se affronteremo la sfida nel modo giusto, verranno però sostituiti da altri e in maggior numero.

Quali saranno i lavori a rischio?

Si tratta di analisi e di stime, naturalmente, però è necessario ricordare che sono molto accurate e basate su dati reali e importanti. Nel 2030, i lavori ripetitivi, tipicamente quelli da intermediario, con la digitalizzazione scompariranno: venditori, agenti immobiliari, contabili, ispettori. Avremo poi delle categorie di mezzo toccate meno: tassisti, macchinisti, autisti – che verranno sostituiti dai robot solo in parte. Alcune professioni e ruoli rimangono intoccati: il clero certamente rimane, non andremo a parlare nel confessionale con un computer; rimarrà l’artigiano che farà per noi il tavolo che vogliamo, e così allo stesso modo rimarrà il dentista. Ciò che noi stiamo facendo è quindi preparare i nostri giovani per professioni che abbiano un forte contenuto intellettuale e che non siano d’intermediazione: l’impiegato che non sia un tecnico specializzato o l’operaio tradizionale non esisteranno più. Certamente il numero di dipendenti di un’azienda metalmeccanica del 2030 non può assolutamente essere immaginato come vicino a quello del 1970. Una caratteristica molto importante della nostra università è l’avere una delega unica all’orientamento in entrata e in uscita, ruoli di solito separati: chi ha la responsabilità di orientare gli studenti all’ingresso deve sapere e tener presenti anche quelle che saranno le possibilità all’uscita, e con anticipo. In ingegneria, area critica, abbiamo 400 studenti iscritti al primo anno, 100 in più rispetto agli anni precedenti.

C’è davvero una mancanza di vocazione tecnica e ingegneristica, a Trieste, soprattutto nel campo dell’informatica? Come mai l’ingegneria è diventata un’area critica?

È stata considerata per molto tempo difficile; lo è, soprattutto al primo anno. Gli studenti arrivano a volte non sufficientemente preparati: l’impatto è forte e c’è una grande percentuale di abbandono. Stiamo cercando di ridurre gli abbandoni con l’accompagnamento nel percorso. In passato molte volte è stato detto ai ragazzi: ‘l’importante è avere una laurea, quale che sia; poi, come laureato, un lavoro si trova’: il famoso ‘pezzo di carta’. E di conseguenza un ragazzo o una ragazza, stimolati in questo modo, preferivano qualcosa d’altro rispetto a un percorso di studi oggettivamente difficile. Ecco, come sappiamo già da tempo nel mondo del lavoro non è più così: il ‘pezzo di carta’ non è più sufficiente, è diventato di nuovo importante anche quello che ci sta scritto sopra. E la consapevolezza di questo ha raggiunto anche gli studenti. La facoltà di ingegneria ha un tasso d’occupazione del cento per cento. Lo stesso si può dire di medicina e di economia. Questa constatazione raggiunge anche le famiglie.

Università e azienda: qual è la situazione attuale a Trieste? Come possono, i neo-laureati che lasciano l’università, scegliere in modo migliore come muovere i primi passi in azienda o nel mondo dell’imprenditoria?

Con le aziende abbiamo collaborazioni continue. Circa 3000 convenzioni, una grandissima fiera del lavoro ‘Career Day’. Abbiamo dieci addetti strutturati al trasferimento tecnologico. Abbiamo una piattaforma interattiva di Placement, un sito dove le aziende possono postare in tempo reale proposte sia di stage che di lavoro. Ogni anno vengono scaricati dalle aziende oltre 20.000 curriculum. Per quanto riguarda le lauree magistrali, il 67% degli studenti fa un tirocinio in azienda contro una media nazionale del 57%. Il curriculum dei nostri studenti è internazionale: il 14% degli studenti della triennale fa un’esperienza di mobilità all’estero, a fronte di una media nazionale del 7%. Questi dati ci dicono molto: sono risultati che danno molta soddisfazione. Il CLab – Contamination Lab – appena avviato, che vede il comprensorio ristrutturato dell’ex Ospedale Militare come collocazione, mette in contatto gli studenti con gli imprenditori similmente a ciò che viene fatto oggi negli Stati Uniti, nei paesi del Nord Europa e in Germania.

Nessuna difficoltà, quindi, come occupazione; è anzi l’azienda, come spesso dice Confindustria, a richiedere più di quello che l’università di Trieste è in grado di offrire?

Non c’è una volta, durante i nostri frequenti incontri, in cui Confindustria non mi esponga il problema. “Mancano ingegneri informatici. Quando ce li date?”. E io rispondo: “Non posso fare niente”! Esiste un gap di alcuni anni fra il momento in cui l’esigenza si manifesta pienamente sul mercato e quello in cui i nuovi laureati sono pronti per entrare in azienda. Si può quindi solo ragionare in termini di mercato futuro. È una conseguenza degli anni passati: pur avendo una visione chiara su quello che sarà il futuro non abbiamo ancora gli strumenti per implementarla. Ciò che abbiamo potuto fare è stato portare le aziende del Friuli Venezia Giulia a mettere a disposizione delle borse di studio in modo da convincere gli studenti a continuare con la laurea magistrale. L’azienda che offre la borsa di studio può essere interessata a prendere lo studente meritevole in tirocinio, e, al termine, dopo averlo conosciuto e averlo messo alla prova, potenzialmente ad assumerlo. Si crea così un circolo virtuoso.

Porto Vecchio come opportunità principale per Trieste, per quanto riguarda l’innovazione, attraverso la realizzazione di un ambiente che sia energeticamente autosufficiente e all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. Tema che si sta affrontando proprio in questo momento di elezioni. Che cosa ne pensa?

Non posso che essere d’accordo. Lo siamo tutti.

È un sogno o è qualcosa di realizzabile? Che cosa ne pensa?

Il Porto Vecchio è una grandissima opportunità. Attenzione, però: dobbiamo porci degli obiettivi facilmente raggiungibili. In caso contrario, il rischio di un nulla di fatto non è trascurabile. Comprendo che l’attenzione della politica si possa concentrare sull’immediato, ma obiettivi raggiungibili vuol dire massima attenzione alla progettazione e visione strategica più a lungo respiro. Obiettivi raggiungibili vuol dire capire che spostando contenitori dal centro città al Porto Vecchio, ad esempio il polo umanistico universitario, non si crea nulla di nuovo e restano privi di destinazione gli spazi occupati ora. Ciò che vedo invece come possibili e anzi opportuni sono quegli spostamenti che costituiscono anche aggregazione: musei e strutture culturali che in questo momento soffrono di una collocazione non adeguata. Se, a fianco di questo, e del nuovo centro congressi di cui c’è assolutamente bisogno, riuscissimo ad attrarre sul Porto Vecchio l’interesse di una grande multinazionale nella realizzazione di un centro di eccellenza – penso a Google, a Microsoft – con il vantaggio rappresentato a Trieste dal Punto Franco, allora ci sarebbe veramente una svolta. In quest’ottica penso che ESOF 2020 potrà essere una bella vetrina.

Il Big Data. Internet. L’Internet delle Cose. L’intelligenza artificiale: sono temi di ricerca che un giovane è in grado di affrontare anche studiando a Trieste? Possono avere un riflesso occupazionale per la città?

È un bellissimo argomento. A esso prestiamo grande attenzione e siamo pronti. Inoltre, investiamo sulla rete a banda larga che unisce tutti gli enti di ricerca triestini e regionali: all’interno di questa rete di trasferimento dati c’è anche il super-calcolatore della Sissa, Ulysses, che parteciperà a quelli che la regione ha identificato tra i progetti più importanti: la meccatronica e stampa 3D a Udine, l’High Performance Computing in Sissa, e la biomedicina di Trieste.
L’Internet of Things è ancora più intrigante come argomento: esso rappresenta il più grosso generatore di dati esistente. Mentre camminiamo, il nostro Smartphone manda continuamente dati potenzialmente utilizzabili in una enorme quantità di modi. Sull’Internet of Things, presente già nella nostra realtà quotidiana, c’è un grosso problema relativo alla sicurezza dei dati: Internet non è sicuro, i dati che il nostro Smartphone manda non sono al sicuro.

C’è a Trieste una reale possibilità di proseguire nel percorso di ricerca scientifica, magari proprio in uno di questi campi?

È possibile. A Trieste siamo preparati, abbiamo le competenze necessarie. Il futuro è la convergenza fra tecnologia informatica e delle comunicazioni, biotecnologia, nanotecnologia e scienze cognitive: finora abbiamo costruito i nostri oggetti usando come mattoncini gli atomi, ora come mattoncini del Ventunesimo Secolo dovremo usare anche le sinapsi e i geni. E questo porta a ciò che viene definito l’Internet of Nano Things: coniugato, ad esempio, nel corpo umano, per la gestione del malato e dell’anziano e per la sanità e prevenzione. L’Internet delle Cose può già raccogliere informazioni come quelle relative al battito cardiaco, alla pressione sanguigna, e fungere da ausilio all’assistenza: in futuro però il corpo umano potrebbe anche dare risposte agli stimoli di una nanomacchina inserita al suo interno, percepiti e trasmessi dalle Wearable Technologies, quindi da sensori vicini al corpo stesso. La cravatta o l’accessorio d’abbigliamento che ricevono i dati dal corpo, che hanno un’antenna di grafene  e li mandano in banda larga a un centro di elaborazione non sono fantascienza, ma realtà di oggi.

Scienze dure e scienze umanistiche: un binomio è ancora possibile?

Più che mai. In questo ventunesimo secolo, le scienze umanistiche hanno un ruolo fondamentale e per nulla secondario: la scienza umana è fondamentale. Anche gli umanisti devono fare uno sforzo e cambiare: diventare, quindi, umanisti del 2030. Ciò di cui abbiamo bisogno è un vero cambiamento culturale. E non è per niente impossibile, non è per nulla troppo difficile: molto conta la volontà.

La ringrazio.

 

[Il Professor Maurizio Fermeglia si è laureato in Ingegneria chimica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli studi di Trieste nel 1980. È stato ricercatore dal 1981 al 1983 presso la Denmark Technical University – DTH; nel 1984 ha preso servizio presso il Dipartimento di ingegneria chimica dell’Università degli studi di Trieste, quale ricercatore universitario vincitore di concorso nel settore Principi di ingegneria chimica. È attualmente professore ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria e Architettura del medesimo ateneo, dove tiene i corsi di “Reattori chimici e biochimici’’ e di “Basi di dati”. Presso l’Università degli studi di Trieste ha ricoperto la carica di Direttore di Dipartimento dal 2006 al 2012, di presidente del Consiglio delle Strutture Scientifiche dal 2010 al 2012 e di direttore della Scuola di dottorato in Nanotecnologie. Dal 2011 è membro del Senato Accademico dell’Università degli studi di Trieste, di cui, dal 2013, è Rettore. Il suo mandato scadrà nell’agosto del 2019]

Roberto Srelz © Trieste All News – riproduzione riservata

Roberto Srelz
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Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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