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domenica, 7 Agosto 2022

FINIS TERRAE, IL DRAMMA DEGLI SBARCHI IN SCENA AL ROSSETTI

23.10.2014 | 14.37 – Che fosse uno spettacolo destinato a creare polemica, a stupire e sconcertare lo spettatore, era certo fin dall’annuncio in conferenza stampa; che contenesse un potenziale drammatico fuori dal comune, altrettanto. Il rischio, nemmeno troppo taciuto, era rappresentato dalla banalità dietro l’angolo, dal ripresentarsi fin troppo puntuale del luogo comune – di una tragedia rappresentata con coraggio, sì, ma rappresentata male. In questo senso “Finis terrae“, lo spettacolo nato da un’idea di Antonio Calenda su un testo di Gianni Clementi e che sarà al Rossetti fino al 26 ottobre, non tradisce le aspettative rivelandosi allo stesso momento coraggioso e dozzinale, imprevedibile e caotico. Il primo frutto della collaborazione tra l’Istituto del Dramma popolare di San Miniato e il Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia ha un sapore deciso ma acerbo e lascia un retrogusto di quesiti irrisolti ed emozioni forti sviluppate sommariamente.

Finis terrae

Ma cos’è “Finis terrae”? E’ il limite estremo, in Italia e altrove, dove la terra cede spazio al mare; è la fine del mondo e insieme anche il luogo dell’accoglienza e della conoscenza, dell’immigrazione clandestina, tragica sia quando finisce in naufragio, sia quando passa dalle mani esperte di scafisti aguzzini ad altre mani esperte, tutte nostrane. Ma Finis terrae è anche il luogo della solidarietà, dell’apertura al futuro, della rinascita e della speranza. Ed è quest’ultima la direzione intrapresa dallo spettacolo d’apertura del Politeama Rossetti.

Finis terrae2

Durante la notte di Natale, due contrabbandieri attendono un carico di sigarette su un tratto di costa, protetti dall’oscurità: Carbieli («Sarebbe Gabriele, ma qui da noi è Carbieli…»), un ex geometra di origini meridionali, e Peppe («Sarebbe Giuseppe, ma…»), venuto da Roma per “l’affare”; hanno così l’occasione di conoscersi, scambiandosi i propri ritratti di vita e le storie di come la vita stessa li abbia spesso traditi, costringendoli al malaffare. Ma le sigarette non arrivano e i due finiscono per ubriacarsi e diventare spettatori del drammatico naufragio di un gruppo di africani tra cui una donna incinta. Nel delirio onirico/alcolico dei due, i naufraghi vestiti nei loro costumi tradizionali si ribellano allo scafista (un Caronte con in bocca le parole del III Canto dell’Inferno dantesco) inscenando uno spettacolo fatto di racconti strazianti – tra cui una violenza carnale – e danze tribali: «A morte!», grida la compagine di africani, percorsa solo per un istante da un sentimento razionale di pietà (uno dei punti più inefficaci dello spettacolo, che crea pur nella giusta ribellione dell’uomo oppresso una sorta di antipatia per l’inevitabile linciaggio, ndr).

La crocifissione del negriero segna la fine del sogno: Carbieli e Peppe si ritrovano così faccia a faccia con i migranti, quelli veri, e con una natività improvvisata che li vede figuranti in una sorta di impossibile presepe vivente; le parole della “Profezia” di Pier Paolo Pasolini («Alì dagli occhi azzurri…») chiudono lo spettacolo nel silenzio.

Finis terrae3

Una prova di coraggio per Calenda, che dopo aver diretto brillantemente Finis terrae chiude quest’anno la sua lunga storia d’amore col Teatro Rossetti per nuove avventure romane, e un’ottima prova d’attore per Nicola Pistoia e Paolo Triestino; inoltre l’abilità dei musicisti/attori africani si attesta su ottimi livelli, garantendo un reale intrattenimento e un coinvolgimento con le storie raccontate. Da segnalare anche le coreografie e le soluzioni sceniche (su cui spicca il barcone composto da croci). Peccato solo per l’eccessiva forzatura di certi passaggi, per il dramma raccontato in modo troppo “didascalico” e la struttura narrativa spiazzante, con cambi di registro ingiustificati e monologhi troppo ingenui sulla solidarietà e l’accoglienza.

Fulvio E. Bullo

 

(riproduzione_riservata)

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Roberto Toffoluttihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista professionista. Redazione Trieste All News

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