EVENTO All’inaugurazione della mostra, che rimarrà aperta al pubblico fino al 21 settembre, il critico d’arte Vittorio Sgarbi

11.8.2013 | 21.36 – Atmosfera quasi newyorchese a Trieste a Palazzo Costanzi in occasione dell’inaugurazione della mostra di Steve Kaufman, più noto come Sak, pupillo e assistente di Andy Warhol e “principe” della neo pop art. A tre anni dalla sua scomparsa, avvenuta quando aveva solo 50 anni, l’artista americano, che ha dedicato la vita non solo all’arte ma anche all’impegno sociale diretto principalmente al disagio giovanile nei quartieri poveri della Grande Mela, è riuscito a cogliere l’essenza dell’opera del maestro Warhol per reinventare la consolidata tecnica della sovrapposizione stampa-colore dando nuovamente vita ai miti a rischio (l’intramontabile Marilyn, ma anche Einstein, la Gioconda, Hendrix, Sinatra e l’intero Rat Pack, perfino Mozart), sfruttando allo stesso tempo i volti della contemporaneità popolare dell’ultimo ventennio.
Il riuscito allestimento, ideato da Caterina Tosoni, Diana Vachier e Alberto Panizzoli, ha attirato centinaia di persone, grazie anche alla presenza, in veste di curatore, del controverso Vittorio Sgarbi, un po’ invecchiato e appesantito ma sempre affilato al punto giusto (foto di Massimo Tommasini). A lui, critico d’arte d’eccezione, il compito di spiegare ad una mondanità triestina un po’ disattenta (in più occasioni, spazientito, ha dovuto richiamare all’attenzione, nello stile che lo contraddistingue, i numerosi presenti impegnati in conversazioni personali durante la sua introduzione), il significato della pop art di ieri e di oggi.
“La pop art – ha spiegato Sgarbi – non è altro che contaminazione. E’ l’immagine di una città che segue il boom economico degli anni Cinquanta, un mondo legato al consumismo, alla pubblicità e ai miti del cinema. Il genio di Andy Warhol è stato quello di riuscire a portare queste contaminazioni esterne all’interno dei musei e delle gallerie trasformandole in arte. La pop art è quindi un’opera di bonifica. L’abilità di Kaufman, la cui pop art non si può definire diretta, è quella di aver saputo sfruttare la tecnica Warhol attraverso una riflessione sul mito della città. La sua – ha concluso il critico – è una neo pop art che è riuscita a reinventare i miti classici considerati a rischio.”
Le opere esposte a Trieste sono una trentina, provenienti da importanti collezioni private . La mostra propone una serie di quadri rappresentativi dei vari generi trattati dall’artista con un’ampia selezione di “Icons”, realizzate con i simboli della nostra epoca , Coca-Cola e Redbull, insieme alle celebri personalità del mondo del cinema e della musica come Marilyn Monroe, Frank Sinatra e Muhammad Ali.
Tra le tappe principali della sua vita artistica, di grande rilievo fu anche la collaborazione al famoso Club 57 di New York insieme ad un gruppo di artisti, oggi molto conosciuti, della Scuola di Visual Arts (Sva) tra cui Keith Haring, con cui espose in diverse mostre. Numerosi i personaggi da lui dipinti in quella che si può definire la sua contemporary pop art, quali Bill Clinton, John Travolta, Ralph Lauren, Muhammad Ali, perfino Papa Giovanni Paolo II.
Uno degli emblemi del suo modo innovativo di fare arte è la celebre “Mona Lisa goes pop” (la Gioconda con l’ipod e la Coca Cola) oggi conservata al Museo ufficiale della Coca Cola di Atlanta, che lo ha reso celebre in tutto il mondo.
Kaufman fu, insieme a LeRoy Neiman, l’unico artista ad avere ottenuto l’esclusiva dalla famiglia Sinatra per raffigurare l’indimenticabile Frank. Si pensi che nel 1998, a poche settimane dalla scomparsa del grande cantante, gli 11 ritratti realizzati da Kaufman andarono a ruba tra i collezionisti di pop art dell’epoca. Molto interessante appare anche la sua riflessione sulla fama ricorrendo a figure storiche come Beethoven, Mozart o Shakespeare. La mostra, propriamente intitolata “Pop Art a Trieste, Steve Kaufman, the former assistant to Andy Warhol”, rimarrà aperta al pubblico fino al 21 settembre.
Alessandra Ressa



