Le Ande e la Carnia raccontate da Vittorio Battigelli in "La Campana Maria Angola"
- LIBRI Viaggio attraverso il Perù e il Friuli per scoprire i punti di contatto di due culture che apparentemente non hanno niente in comune, se non le montagne

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24.5.2012 | 12.51 - Vittorio Battigelli, architetto di successo con un forte senso civico, ha deciso di imbarcarsi in un’impresa umanitaria ammirevole grazie a un viaggio turistico in Perù. A differenza di molti turisti, a volte superficiali, lui è riuscito a entrare nello spirito dei luoghi visitati e delle persone che li abitano.
È dal 2004, anno in cui è partito per la prima volta alla volta di Cusco che si porta qui posti nel cuore ed è da allora che collabora con l’associazione di volontariato “Ascoltiamo le voci che chiamano” che si propone di garantire i diritti dell’infanzia in Perù ed è legata al centro locale Yanapanakusun. Un’esperienza per lui molto toccante che l’ha portato a scrivere “La Campana Maria Angola” per far conoscere al pubblico le bambine invisibili delle Ande e non solo…
Che cosa l’ha spinta ad avventurarsi in questa esperienza di volontariato?
«Devo dire che l’impegno sociale e politico sono sempre stati un’idea forte nella mia vita, sono sempre stato impegnato su questo fronte. Insomma, penso che il volontariato sia stato uno sbocco naturale visto il mio interesse costante in questo campo».
Come mai ha scelto proprio il Perù e le Ande?
«Nel 2004 ho fatto un viaggio turistico in quei luoghi e sono entrato in contatto con l’associazione friulana di volontariato “ Ascoltiamo le voci che chiamano” che collabora con il centro Yanapanakusun in Perù che aiuta le bambine dei villaggi permettendo loro di accedere all’istruzione. Dopo questa esperienza è nata l’idea di scrivere il romanzo, in modo da rendere partecipe la gente di questa storia e portarla a conoscenza della reale condizione di vita di quelle persone».
Nel libro Lei fa un parallelo tra la vita nei villaggi delle Ande e quella delle montagne friulane, può spiegarci quali similitudini ci siano?
«Io preferisco chiamarlo “gioco di specchi”, in quanto attraverso gli specchi si possono riflettere elementi comuni anche tra culture tanto differenti e distanti. La vita in montagna comporta sempre molta fatica, in questo modo forgia i caratteri dei suoi abitanti. Le persone che vivono lontano dai centri urbani hanno una chiusura o un’apertura differenti da chi vive nelle città. Ad esempio le bambine che vivono nei villaggi sono costrette ad andare a lavorare nelle case in città, ed è la povertà che le porta ad uscire dai villaggi. L’inurbamento fa in modo che le città attirino sempre di più in sostituzione delle campagne, sia per quanto riguarda le Ande, sia per il Friuli».
Come influisce la violenza sulla scelta di abbandonare il proprio villaggio natale?
«Lo abbiamo visto in Friuli durante la Seconda Guerra Mondiale, le vicende verificatesi in questi territori durante il secondo conflitto mondiale possono essere paragonate in un certo senso alla situazione che si trova sulle Ande. Il diffondersi della violenza fa sì che la gente sia spinta ad abbandonare la propria terra nella speranza di trovare un futuro migliore altrove. L’emigrazione ha rappresentato per il nostro Paese una risorsa in termini di crescita culturale, ma lo stesso discorso non vale per i villaggi che si trovano in Perù, probabilmente lì ha influito molto l’isolamento da centri maggiori».
Quali altre figure hanno in comune la Carnia e le Ande?
«In Carnia troviamo i cramars, che erano dei venditori ambulanti, i quali partivano dal loro paesino e si dirigevano verso l’Europa centro-settentrionale portando con sé spezie provenienti da Venezia per poi venderle. Nelle Ande ci sono gli sciamani che, in un certo senso potrebbero essere paragonati ai cramers, in quanto durante i loro spostamenti diffondono i loro riti religiosi. Da una parte si verifica la diffusione della cultura commerciale, dall’altra quella religiosa».
In altre parole si può immaginare la montagna come punto d’incontro e non di isolamento?
«Certo. Le montagne costituiscono una sorta di territorio di mezzo nel quale si ha una confluenza di culture e di tradizioni. Basti pensare all’assetto geografico delle Ande: dividono la costa oceanica dalla selva amazzonica, per passare dall’una all’altra bisogna attraversare la cordigliera e sulle montagne sono presenti le tracce di questi spostamenti. Queste montagne rappresentano il solo luogo di contatto tra due zone altrimenti isolate tra di loro».
Come influisce la globalizzazione su questo territorio?
«I villaggi che ho visitato sono molto isolati e quindi non si ha un impatto evidente della globalizzazione in queste zone. Non si sente il peso come negli spazi più vicini alle città, ma non bisogna dimenticare che a causa della povertà la forza lavoro è trasferita in altre zone dove la sopravvivenza è in un certo senso garantita di più. Attraverso questo spostamento per la ricerca di un lavoro assistiamo a un graduale e progressivo svuotamento dei villaggi. In Carnia invece la globalizzazione è molto più invadente e raggiunge anche i villaggi più isolati».
Nicole Mišon