No Tav, intervista al docente triestino Pellizzoni: «Ecco perché ho firmato l'appello a Monti»

  • TRASPORTI Il sociologo è uno dei 360 professori che propongono un ripensamento del progetto: «È frutto di una visione dell’economia e della crescita ecologicamente e socialmente fallimentare»
  • 10.4.2012 | 18.20360 studiosi, professionisti e professori universitari hanno aderito in tutta Italia a un appello al Governo per il ripensamento del progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino – Lione. La petizione, indirizzata direttamente al Presidente del Consiglio Mario Monti, spiega che il progetto della nuova linea ferroviaria Torino – Lione, “inspiegabilmente definito "strategico", non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto merci e passeggeri

    Non presenta inoltre prospettive di convenienza economica né per il territorio attraversato né per i territori limitrofi né per il Paese, non garantisce in alcun modo il ritorno alle casse pubbliche degli ingenti capitali investiti (anche per la mancanza di un qualsivoglia piano finanziario), è passibile di generare ingenti danni ambientali diretti e indiretti, e infine è tale da generare un notevole impatto sociale sulle aree attraversate, sia per la prevista durata dei lavori, sia per il pesante stravolgimento della vita delle comunità locali e dei territori coinvolti”.

    E continua: “ci rivolgiamo a Lei e al Governo da Lei presieduto, nella convinzione di trovare un ascolto attento e privo di pregiudizi a quanto intendiamo esporle sulla base della nostra esperienza e competenza professionale ed accademica”. La lettera prosegue poi con l’elenco, sviluppato per punti, delle ragioni del no, che sono prevalentemente di sostenibilità ambientale ed economica.

    I promotori dell’iniziativa sono un chimico ambientale, Sergio Ulgiati; un ingegnere, Ivan Cicconi; un climatologo, Luca Mercalli; e un economista, Marco Ponti

    A loro fanno seguito altri 356 esperti, tra cui ritroviamo anche il nome di Luigi Pellizzoni del Dipartimento di Scienze dell’Uomo e professore associato di Sociologia dell’ambiente e Sociologia dei fenomeni partecipativi presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Trieste, con decine di pubblicazioni all'attivo. Lo abbiamo intervistato, per comprendere le ragioni della sua opposizione al progetto della Tav.

    Lei è tra i firmatari dell’appello al Presidente del Consiglio Monti. Perché ha deciso di aderire?

    «Ho aderito alla petizione perché mi è sembrata un appello misurato per un riesame della vicenda, auspicabile anche alla luce della situazione economica attuale».

    Perché ritenete, lei insieme agli altri firmatari, che il progetto della Tav Torino – Lione sia da rivedere?

    «L’effettiva utilità è perlomeno dubbia, il costo è ingente e i fondi potrebbero ragionevolmente essere spesi in modo più congruo in altre opere, a cominciare dalla riqualificazione delle linee ferroviarie esistenti. Anche gli impatti ecologico - sanitari non vanno trascurati. Ho poi l’impressione che, non solo per questo ma anche per altri grandi progetti, come per esempio il ponte di Messina o le centrali nucleari, l’interesse primario non stia nell’effettivo esercizio dell’opera ma nei benefici economici derivanti dalla sua realizzazione, il cui costo guarda caso è nettamente superiore di quello riscontrabile in altri Paesi».

    «Inoltre in questi casi le passività derivanti dall’esercizio, spesso difficilmente preventivabili, vengono in gran parte scaricate sulla collettività. Insomma, l’importante è fare, si dice per far girare l’economia, o più precisamente una certa parte dell’economia, quella coinvolta nella realizzazione dei progetti; ma se di questo si tratta allora si può anche scegliere di fare cose che servano veramente a tutti e che presentino minori problemi».

    Lei vive e lavora a Trieste, la revisione del progetto che chiedete riguarda anche il tratto della Tav che è previsto tra l’Italia e la Slovenia?

    «Così almeno ho interpretato il senso della petizione. Il problema non riguarda la Val Susa ma la filosofia complessiva del progetto».

    Quale crede sarà l’impatto sul territorio della Tav Trieste – Divaccia? Quali i costi e quali i benefici?

    «I costi derivanti dal “consumo” del territorio sono presumibilmente rilevanti, sia per la tratta pianeggiante che per quella carsica. Benefici economici non ne vedo molti, a parte l’eventuale coinvolgimento di imprese locali nella realizzazione. Benefici ambientali potrebbero derivare da una riduzione del traffico autostradale; questo però non dipende solo dall’esistenza della linea ad alta velocità, ma da una serie di fattori economici e logistici che riguardano diverse nazioni. Anche nell’ipotesi, per molti assai improbabile, di un intenso sfruttamento dell’opera, il rientro dai costi, se mai avverrà, richiederà decenni. La domanda rimane: cosa si potrebbe fare con gli stessi soldi, o anche con molto meno? Non è un controsenso che si voglia a tutti i costi realizzare il Tav mentre non ci sono i soldi per sistemare le linee tradizionali presenti in regione, caratterizzate da crescenti disservizi?»

    Perché lei ritiene che, mentre altri rinunciano al progetto, in Italia lo si continui a considerare strategico? 

    «Ho l’impressione che, al di là della conclamata volontà di “non lasciare l’Italia isolata dall’Europa”, un “isolamento” comunque del tutto discutibile, i precedenti governi e il presente vogliano far vedere che si fanno rispettare le decisioni e che siamo “in prima fila” in Europa».

    «La strada della serietà e della responsabilità però non passa per prove di forza ma per azioni meditate e, se del caso, anche per scelte difformi rispetto agli indirizzi politici europei. Queste decisioni contrarie sono cosa che i paesi davvero “in prima fila” operano regolarmente, decidendo oculatamente quando e in che termini aderire».

    «Considerando la cultura e la provenienza professionale di diversi esponenti dell’attuale governo credo che sia anche presente una sincera convinzione di operare per il meglio, alla luce però di una visione dell’economia e della crescita che si è dimostrata ecologicamente e socialmente abbastanza fallimentare, ma che nonostante tutto si vuole perpetuare. Se non è questa una manifestazione di “pensiero unico”…»

    Lei è un professore di Scienze politiche e sociali. Come si può leggere questa sua adesione alla petizione?

    «Ho una certa esperienza di questioni ambientali e tecnologiche e dei relativi conflitti, e quindi in questo campo sono probabilmente più “tecnico” io di molti dei tecnici coinvolti. Il problema riguarda in effetti le politiche dello sviluppo e del territorio e la partecipazione democratica, non gli aspetti strettamente ingegneristici. E poi perché solo i tecnici dovrebbero avere diritto di parola? Ritengo che qualunque cittadino abbia diritto di formarsi ed esprimere un’opinione, non sulle problematiche tecniche in quanto tali, ma sulle ricadute delle scelte tecniche sulla vita collettiva».

    «Le scelte tecniche si basano inevitabilmente, anche se a volte inconsapevolmente, su assunti circa cosa sia bello, buono, giusto e desiderabile per gli individui e la collettività. Non mi pare che un fisico, un ingegnere o un economista, o anche un sociologo come il sottoscritto, siano più qualificati di chiunque altro a decidere al riguardo».

    «Se ho capito qualcosa in molti anni di studi su questi temi è che non esiste una distinzione netta fra aspetti tecnici e aspetti politici, o meglio tra i due campi si stende una più o meno vasta area di indistinzione e sovrapposizione, ed è in questa area che si sviluppa sempre più spesso il conflitto».

    Perché, secondo lei, quando si parla di opposizione alla Tav si parla sempre di manifestazioni, di scontri e del movimento No Tav mentre si tende a tacere su iniziative come la vostra, in cui ad esprimere un parere contrario sono esperti, studiosi e professori universitari?

    «Per due ragioni principali. La prima è che una petizione o una riflessione misurata non fa notizia, mentre gli scontri sì. Almeno questo ritengono in genere i responsabili dei media, ed è un vero peccato».

    «La seconda è che concentrare l’attenzione sugli scontri significa distoglierla dalle questioni di merito, su cui si vuole accuratamente evitare che il pubblico rifletta. Tuttavia credo che la cosa funzioni sempre meno. Forse sbaglio, ma credo che ci sia una parte crescente dell’opinione pubblica che è sempre più diffidente rispetto alle “evidenze” e “verità” precotte, anche quando le voci più forti cantano all’unisono, come è il caso del Tav. Gli esempi recenti dei referendum sono eloquenti: se nel caso del nucleare si può invocare l’effetto Fukushima altrettanto non si può dire per l’acqua. Soprattutto non è una questione di schieramenti politici: sul Tav, come sull’acqua, destra e sinistra erano e sono in gran parte d’accordo. Dev’essere stata una bella botta per i partiti, all’indomani dei referendum, rendersi conto che non controllano e soprattutto non comprendono più una fetta consistente del proprio elettorato».

    «Tornando al Tav, abbiamo qui un esempio evidente di come, quando si è a corto di argomenti, il velo della “tecnicità”, che avrebbe dovuto sedare il conflitto, si squarcia e la vicenda assume toni che in uno studio da poco pubblicato, (Conflitti ambientali. Esperti politica e istituzioni nelle controversie ecologiche’, a cura di L. Pellizzoni, Bologna, Il Mulino 2011) dove ci occupiamo anche del Tav, abbiamo definito di “iperpoliticizzazione”: una situazione caratterizzata da toni apocalittici, azioni di ordine pubblico e assoluto rifiuto di ragionare. La volontà di “tecnicizzare” una controversia si ribalta così nel suo esatto contrario: uno scontro ideologico».

    Ilaria Bagaccin 

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