Convegno sugli "anni di piombo", Vinci: «Eventi tragici che non possono essere racchiusi in una parentesi»

  • INTERVISTA Parla la storica: «Le parole sono pietre. I linguaggi della violenza erano anche linguaggi di persuasione»
  • 21.3.2012 | 15.48 - Domani, giovedì 22, e venerdì 23 marzo si terrà presso l'aula magna di via Tigor 22 l'importante convegno “Anni 70 / parole e violenza politica / gli anni Settanta nel Novecento italiano”. Per l'occasione, la prof. Anna Maria Vinci (nella foto), organizzatrice dell'evento insieme agli altri docenti dell'ateneo triestino Giuseppe Battelli e Marco Dogo, ha risposto ad alcune nostre domande sui temi principali del ciclo di conferenze.

    Professoressa Vinci, Perché è importante al giorno d'oggi una riflessione organica ed articolata sugli "anni di piombo"?

    «Solo una riflessione organica e, soprattutto articolata sugli "anni di piombo", ci permetterebbe di capire con più precisione la nostra contemporaneità. Quei tragici eventi non possono essere racchiusi in una parentesi: hanno inciso in modo determinante sul nostro assetto democratico, sulle istituzioni, sul rapporto cittadino- istituzioni, sulla nostra cultura politica».

    Perché si è deciso di incentrare il convegno sul tema dei "linguaggi della violenza"? Esiste un rapporto diretto tra il linguaggio della politica e la legittimazione della violenza?

    «Un rapporto meccanico no. Ma una stretta correlazione, indubbiamente sì. Le parole sono pietre. I linguaggi della violenza, in quegli anni, erano anche linguaggi di persuasione».

    In che termini è stata "storicizzata" quella stagione politica nel dibattito pubblico e nelle scuole?

    «Molto poco, purtroppo, sia perché i programmi di studio non consentono di giungere a una fase storica così recente sia perché solo in questi ultimi anni la ricerca storica e didattica sulle tematiche indicate sta cominciando a decollare».

    Lei pensa che l'Italia di oggi sia ormai indenne dal "virus" della violenza politica? Oppure pensa che il Paese sia ancora esposto a questo pericolo?

    «Difficile rispondere. La violenza politica, intanto, non è un virus, ma una scelta che può esporre "al contagio", solo in un secondo momento. Non è nemmeno detto che il disagio sociale porti necessariamente alla violenza politica. E se la violenza politica non è un virus, ma una scelta, dipende da tutti noi (nessuno escluso) fare in modo che non si imbocchi una strada senza uscite».

    Giovanni Del Rosso 

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